I’ ero ‘o cielo, ‘o cielo ca scenneva,
i’ ero ‘a terra, ‘a terra ca saglieva,
i’ ero ‘o viento, ‘o viento ca sciusciava,
i’ ero ‘o mare, ‘o mare ca s’agitava. Continua a leggere
I’ ero ‘o cielo, ‘o cielo ca scenneva,
i’ ero ‘a terra, ‘a terra ca saglieva,
i’ ero ‘o viento, ‘o viento ca sciusciava,
i’ ero ‘o mare, ‘o mare ca s’agitava. Continua a leggere
Giuseppe Granieri è un bravissimo giornalista, ha un blog personale seguitissimo sul quotidiano La Stampa e si occupa di editoria elettronica. Se ne occupa del resto non solo nella teoria ma anche nella pratica: ha da tempo messo a frutto il know-how accumulato creando l’etichetta editoriale 40kBooks, fra le più interessanti e vivaci in Italia.
Grazie alla sua rubrica – imprescindibile – ho potuto conoscere i nomi e gli articoli dei più importanti e intelligenti analisti di quel versante della parola scritta che usa i bit al posto della carta. Clay Shirky è uno di costoro e, se non erro, scrive sul Guardian (lo fa: ecco). Calotta cranica da tenere d’occhio, a proposito degli scenari in oggetto, ebbe a dire con una sintesi fulminante quanto efficace che:
“Pubblicare, ormai, è soltanto il pulsante Publish”.
Gli editori non servono più: qui. Tutto cambia, tutto scorre.
Citando un’altro guru del settore e cioè Mike Shatzkin, Granieri, in questo bell’articolo, suona anche la marcia funebre per la figura del libraio e argomenta che:
“Era un mestiere, una volta, quello dell’editore e quello del libraio, che richiedeva le competenze per «riuscire a portare i libri sugli scaffali». C’erano dei requisiti minimi per essere un editore. «Se li avevi», argomenta Shatzkin, «potevi essere bravo a selezionare i titoli, avere la capacità di farne un bel prodotto e gestire tutte le attività necessarie per portarli al pubblico».
Con tutto il ritardo accumulato in anni di impaurito quanto interessato immobilismo anche il mondo editoriale italiano pare (e dico pare) elargire segnali di riluttante iniziativa. A tutto beneficio della salutare circolazione della parola scritta, in my humblin’ opinion.
L’ebook sta insomma entrando con fatica nel quotidiano vivere e forse non è lontano il giorno in cui sarà chiara a tutti la differenza sostanziale che c’è fra un ebook reader e un tablet che è come dire fra un Kindle e un iPad.
Riflettere.
Un pesce nato e cresciuto all’interno di un acquario capisce di essere in un acquario? E se un giorno se lo chiedesse? Se un giorno iniziasse a interrogarsi sui confini delle proprie scelte?
Diciamo che se questa fosse una presentazione tradizionale, con la pila di libri e tutto il resto, partirei da qui: la metafora di un acquario. Mi piace. Mi ricorda una canzone dei Pink Floyd. Allora, parto da qui lo stesso, anche se questa non è una presentazione tradizionale, prima di tutto perché non è possibile impilare un libro digitale ed esporlo rivolto alle poltroncine. È una quasi presentazione, nel senso che mi metto qui a parlare del mio libro, di cui dopo tre mesi di Amazon sta per uscire anche la versione ePub, nel tentativo di dire qualcosa che interessi qualcuno. Di raccontare un po’ come è nata l’idea, di accennare all’argomento (la sinossi più dettagliata la trovate qui, insieme ai commenti dei lettori), di fare quello che ogni presentazione vuole fare: incuriosirvi al punto di passare al banco e prenderne una copia. Il banco, in questo caso, è sempre qui.
Dicevamo, l’acquario.
L’idea iniziale di Zona d’ombra era essenzialmente un giallo, l’indagine di un giornalista sulla morte di un discusso uomo politico, capo di un movimento irredentista che basa il proprio progetto sull’idea di una Repubblica Federale del Triveneto. Lavorando al soggetto, però, la storia si è ampliata. Ipotizzando l’esistenza di un limite oltre il quale il Paese non potesse andare, un limite che passasse anche dalla necessità di mantenere una direzione centrista perché più facile da controllare rispetto a un quadro geopolitico complesso fatto di autonomie locali (per averne conferme basta pensare all’area italica in periodo preunitario), lentamente il progetto criminale ha preso forma, ha assunto un senso, si è definito in una visione politica.
Era il momento di spiccare il volo. Il momento del salto, quello in cui, nello sviluppare una trama di fiction, si passa da un contesto reale a una trama inventata. Il salto era quello: un complotto.

We’re just two lost souls swimming in a fish bowl
La teoria del complotto è forse uno dei voli più pericolosi da compiere in termini di fiction. Ma, mi sono detto, in una repubblica la cui storia inizia con una strage (Portella della Ginestra) e prosegue attraverso fatti mai chiariti, oscure connivenze tra servizi segreti e gruppi eversivi (e giornalisti), bombe in cerca d’autore (per dirla alla De Gregori), verità sussurrate e mai palesate in cui, per usare le parole del giudice Ferdinando Imposimato nel suo La Repubblica delle stragi impunite, «i fatti, valutati nel loro insieme hanno portato se non alla certezza – impossibile – almeno a una verità probabile», in un Paese di questo tipo, mi sono chiesto, in cui per molti anni la strategia della tensione ha lavorato per imporre una scelta politica conservatrice (in una fase storica in cui sembrava esistere una visione alternativa al liberismo), un Paese in cui oggi i principali media si accusano reciprocamente di essere ammaestrati dal potere e sacrificare il loro ruolo agli interessi dei rispettivi padroni, un Paese bloccato in un sistema politico che esprime un’unica visione del mondo (nei momenti più critici spacciata per «scelta tecnica») e che dà sempre più l’impressione di essere radiocomandato da un’altrove mai resosi esplicito, in un luogo di questo tipo, insomma, l’ipotesi che quel complotto ci fosse stato era davvero un «salto» così improponibile?
Ed è su questa linea di riflessione che il discorso si è esteso. Perché se la teoria del complotto, di una democrazia interrotta, era accettabile per l’omicidio di un leader politico mascherato da incidente stradale (ce lo ricordiamo Haider? Gli aspetti poco chiari della sua morte e le innumerevoli dietrologie che ne seguirono?) allora il «piano» era accettabile per tutto il resto. Per ricomporre una serie di interrogativi rimasti insoluti in una teoria che rappresentasse quella «verità probabile», che fornisse finalmente le prove mancanti all’«io so».
Che raccontasse il confine dell’acquario.
Di qui l’idea di sviluppare Zona d’ombra su due filoni narrativi, quello del giornalista che indaga sulla morte del leader separatista e quello di un’organizzazione clandestina che rappresenta il punto esatto in cui la storia ufficiale si interrompe: il collegamento tra gruppi eversivi e servizi segreti deviati: il cuore oscuro del Grande Complotto. Due storie, complementari, che viaggiano in senso opposto ma in direzione del medesimo punto: il momento esatto in cui si incontrano.
La storia del giornalista viaggia a ritroso (tipico del giallo) cercando di ricostruire un omicidio che nessun media, a quanto pare, ha voluto vedere. La storia della Divisione viaggia in avanti, partendo da Portella della Ginestra (atto fondante di una repubblica a democrazia limitata) fino a quello stesso omicidio, ma abbracciando oltre sessant’anni di storia procede con una progressione accelerata, percorrendo epoche diverse, passando da un decennio all’altro. E il punto esatto in cui quelle due storie si incontrano, la vera e propria Zona d’ombra, è diventato un terzo filone narrativo, un non-tempo costruito in flash forward in cui il registro utilizzato per il racconto trasporta i protagonisti di un filone nel clima dell’altro, uniformandone la velocità. Il risultato è un puzzle che si ricompone soltanto alla fine del romanzo.
Tutto l’opposto di una narrazione lineare, insomma. Come del resto confermano alcuni dei commenti ricevuti su Amazon: l’inizio è disorientante. Ma l’effetto è voluto. Un racconto di questo tipo deve mettere in crisi il lettore, perché deve da subito pretendere la sua attenzione. Chi non gliela concede annaspa, si perde. È come dire: seguimi attentamente, vedrai che alla fine della storia capirai tutto.
Era chiaro da subito, però, che una scelta del genere difficilmente avrebbe trovato spazio in un quadro editoriale che punta invece, soprattutto nei generi giallo-thriller ritenuti i più «popolari», a narrazioni più lineari e senza troppi cambi di soggettiva. Per cui, in un certo senso, la scelta di andare verso un’autoproduzione è maturata già nel corso dei lavori.
Parlo di autoproduzione e non di autopubblicazione. Mi spiego. La pubblicazione è soltanto l’atto finale di un lavoro editoriale. Quello che oggi il digitale consente è prendere un libro e metterlo a disposizione di chiunque voglia leggerlo. Ma tra la fine della stesura del libro e il momento della sua pubblicazione c’è una fase complessa, che se fossimo nel cinema chiameremmo post-produzione e che in editoria di solito chiamiamo editing. È il lavoro editoriale vero e proprio, quello che un tempo facevano gli editori dialogando con gli autori, aiutandoli in quel complesso esercizio che è il tentativo di guardare la propria opera da un punto di vista diverso dal proprio. È un errore grave convincersi che tutti questi passaggi non siano necessari, soprattutto per un libro che poi sarà autopubblicato. Non avendo un editore ho dovuto provvedere in altro modo. Ne ho scelto uno molto simile a quello utilizzato in informatica per i programmi (anche i giochi): realizzare una versione beta da affidare a un gruppo di beta tester (chiamiamoli beta reader), ognuno dei quali avesse maturato un suo rapporto con l’editoria e più in generale con la narrativa, e affidare a questo gruppo il ruolo che in un contesto tradizionale avrebbe avuto il mio editore, fino alla correzione delle bozze. L’esperienza di Goodthing ha avuto un ruolo importante in questo senso, grazie anche alla partecipazione dell’intera congrega a questo gruppo di lavoro (gli altri potrete trovarli qui). Portare Zona d’ombra dalla sua versione «beta» a quella definitiva è stato un lavoro di scrittura e riscrittura complesso tanto quanto quello di progettazione e stesura del romanzo. Un lavoro corale, al contrario di quanto si potrebbe ritenere per un lavoro autoprodotto: un percorso che mi ha consentito di crescere, spero. Ed è anche il motivo per cui il nome del mio blog Tannhauser, attorno al quale l’intera vicenda si è sviluppata, figura sulla copertina del romanzo nel posto in cui di solito è indicato l’editore. E veniamo, alla fine, alla pubblicazione.

Il romanzo è uscito per il Kindle Direct Publishing il 18 dicembre 2012. In tre mesi ha raggiunto le tremila copie. Adesso è pronto per uscire anche in versione ePub, attraverso la piattaforma Narcissus di Sbf. Per un certo periodo sono stato primo nella classifica dedicata a gialli e thriller di Amazon, il che vuol dire che il mio libro, in quel periodo (chiariamo: per il lancio lo avevo fissato a 0,99 euro), ha venduto (su Amazon) più di Grisham: un risultato impensabile per un’autoproduzione nel mondo dell’editoria tradizionale.
Nonostante la totale assenza di qualsiasi tipo di presentazione (questo post vorrebbe in qualche modo porvi rimedio) il feedback è stato ottimo. A parte le recensioni pubblicate sulla pagina di Amazon e su alcuni blog (grazie a tutti), ho avuto contatti su Facebook, su Twitter e via email con lettori che hanno apprezzato il romanzo e tra i quali c’è stato anche chi si è proposto come beta reader per il prossimo (proposta accolta dal sottoscritto con sommo entusiasmo!). Tra gli altri mi ha contattato anche un editore. Vedremo. Per quanto mi riguarda, ho recuperato i diritti di un romanzo che doveva uscire per un editore di Milano e che invece adesso prenderà la via dell’autoproduzione. Si tratta di un giallo storico, ambientato all’alba dell’industria del libro.
Questo è il mio nuovo inizio.
Che dire? Non siamo che spiriti in un mondo fatto di materia. La faccenda di Chrome Web Lab (qui) è affascinante. E questo è il mio ritratto che un robot ha disegnato sulla sabbia del Museo della Scienza di Londra poco fa
Sul più recente Orwell (quello del primo dicembre) e cioè l’inserto culturale del quotidiano Pubblico, si trova un buon punto di vista dello scrittore Francesco Pacifico espresso attraverso un articolo che ha per titolo “Se i reading sono pieni di gente che sta male”. Condivisibile, vi si racconta la noia, l’inadeguatezza, la trascuratezza organizzativa, la piccola, dimessa e autoreferenziale cifra del pubblico, di certe presentazioni librarie. Più un male che un bene; spesso, non sempre ma spesso. Molto spesso.
Se declinate nella loro versione localistica queste presentazioni possono essere senza mezzi termini devastanti e, allo stesso tempo, sature di quintali della più unta ipocrisia: quella (per citare la più nociva e interessata delle altre) del sedicente editore in realtà, banalmente, cialtrone di tre cotte che arrotonda o a volte prospera approfittando della frustrazione dell’esercito di riserva dei sottopagati, inoccupati, precari, a riposo, esodati, flessibili & Co. il cui numero non accenna a collocarsi al di qua della soglia di disastro sociale.
Nove volte su dieci o giù di lì si tratta di editoria a pagamento che, inoltre, beneficia per l’utilissima promozione e trasmissione sul territorio del brand “editoriale”, dell’entusiasmo e della eccitata intraprendenza organizzativa gratuita fornita dall’aspirante autore (che chissà), nonché del tributo elargito in termini di pubblico formato da amici, ex compagni di scuola e parenti stretti. Tutte potenziali prede: chi è che non ha un cassetto? E poi uno dice che all’assessorato alla cultura non fanno mai nulla…
Tornando però all’articolo menzionato che vola più alto (in aereo a Palermo, per dire): la responsabilità della buona riuscita se non del senso dell’evento in questione viene attribuita del Libraio o Organizzatore, il che è giusto. Ancora più giusto sarebbe che questa figura non si identificasse con quella dell’autore che non deve essere un piazzista.
Fra i molti punti elencati ce n’è uno che mi pare particolarmente ben centrato. Dice in sostanza che, qualora l’orizzonte di riferimento fosse davvero quello di far qualcosa di bello e utile dal momento che bello e utile è anche il libro che si va a presentare, bisogna tener presente che la vetta si raggiunge salendo col passo del montanaro; l’occasione deve sorgere quale effetto di un previo discorso pertinente, vitale e magari anche erudito, conseguenza necessaria di un lavoro e di un interesse autentici e precedenti.
Cito:
“Il grosso del pubblico deve provenire dal tessuto sociale e culturale, perfino comunitario, creato dalla libreria o associazione culturale. La volontà di creare un tessuto sociale e culturale deve precedere il desiderio di creare eventi culturali. L’evento culturale dev’essere un tassello di un progetto, di un processo.”
Il resto dell’articolo lo si può trovare qui.
Discorso che vale, a mio modesto avviso, per un qualsiasi episodio assimilabile, che si tratti di una degustazione di vini, di un mostra di quadri, di una rassegna di fumetto, del concerto di un quartetto-omaggio a Gerry Mulligan e Chet Baker, di qualsiasi circostanza che implichi l’accensione di una scintilla. Troppo spesso si verifica il contrario e, come è ovvio, puntualmente succede la cosa peggiore: proprio nulla.
Di una cosa mi ha convinto il rituale televisivo che ha avuto luogo ieri sera fra le due aspiranti icone del “centro-sinistra” prossimo venturo: che siamo ben lungi non solo dal poter ottenere un cambiamento sostanziale della società in cui ci è stato dato di vivere, ma anche dall’essere in grado di concepire un qualsiasi mutamento degno di questo nome. Sic stantibus rebus. Continua a leggere
Il grande Ken Loach rifiuta un premio tributatogli alla carriera dal Torino Film Festival dopo aver appreso, scrive in una lettera a quanto sembra molto amara, che i sevizi di pulizia e sicurezza sono stati esternalizzati con conseguente riduzione dei compensi per alcuni lavoratori e il licenziamento di altri.
“The lowest-paid workers, the most vulnerable, thus lost their jobs for their opposition to a pay cut. [...] In this situation, the organization that procures the services cannot close it eyes, but must assume responsibility for the people it employs, even if they are employed by an outside firm.”
Responsabilità, merce fra le più scarse negli ultimi tempi e dunque pregiate stando alle leggi del mercato, che al TFF dicono di non avere dal momento che i servizi menzionati sono gestiti da una ditta esterna e tutto è stato fatto a norma di legge attraverso una regolare gara d’appalto. Dunque perché farsi carico di una mancanza imputabile ad altri? O addirittura alla crisi globale? Stay hungry…
Il regista inglese chiama in causa uno dei suoi titoli più celebri, Bread and Roses, per sottolineare la sua posizione aggiungendo che accettare il premio limitandosi a qualche critica sarebbe stato ipocrita e superficiale.
Chapeau.
Dice (in breve) Eric Hobsbawm a un certo punto del suo Il Secolo breve, libro pubblicato nel 1995:
“In breve, la storia del Secolo breve non può essere compresa senza la rivoluzione russa e i suoi effetti diretti o indiretti. Non da ultimo perché l’Unione Sovietica ha dimostrato di essere la salvatrice del capitalismo liberale, sia permettendo all’Occidente di vincere la seconda guerra mondiale contro la Germania hitleriana, sia fornendo al capitalismo l’incentivo per riformarsi. Paradossalmente, l’apparente immunità dell’Unione Sovietica alla grande crisi economica del 1929 fornì al capitalismo occidentale l’incentivo per abbandonare la fede assoluta nei principi del liberismo ortodosso.”
Ho avuto modo di ritornare su queste faccende attraverso un bellissimo documentario web interattivo uscito da poco sulle pagine on-line del quotidiano francese Le Monde di cui consiglio davvero la visione. Si intitola La Duce Vita e si può raggiungere cliccando qui. Del resto è singolare che una produzione editoriale di questo tipo, e per un’occasione storicamente molto importante per noi italiani come questa, trovi spazio su una testata straniera. Ma questo accade. Continua a leggere
Ho trovato per caso questa clip su YouTube e ne sono rimasto molto colpito. Una ragazza così giovane che riesce ad esprimersi con una intensità ed una maturità davvero degne di nota. Si chiama Francesca Temporin, come indicato nei titoli di apertura e chiusura di questa splendida ripresa. Un suono teso e un’espressività ricchissima che mi hanno lasciato a bocca aperta. Ho pensato che fosse proprio il caso di segnalare…
Non sono un esperto mozartiano né di violino, solo un ascoltatore che si sforza di essere attento. Ma cose di questo tipo fanno ben sperare, tutto sommato. Significa che un po’ di bellezza riesce ancora a sopravvivere e a filtrare in un luogo e in un tempo nel quale la speranza e l’idea di un’esistenza più alta e complessa sembra non avere diritto di cittadinanza.
Non deve essere facile campare di violino oggi in Italia, posto che sia possibile. Intendendo vivere nel senso più pieno della parola, non giovarsi di un indennizzo malsicuro elargito da questo o quel mecenate illuminato, questa o quella fondazione di paperoni interlacciati allo scopo della propria autocelebrazione. Il taglio delle risorse allocate per questo tipo di oggetti significa anche il taglio delle armoniche troppo alte: panorama piatto e desolante. Un vero peccato scientificamente costruito e perpetrato con cinica coscienza.
C’è una fantastica scena di un bel film tratto da un racconto di Stephen King dal titolo italiano evocativo: Le Ali della Libertà (questa). In lingua originale il lungometraggio si chiama The Shawshank Redemption. E’ ambientato in un carcere di massima sicurezza. Ad un dato momento a Tim Robbins, il protagonista, uno ingiustamente incarcerato e l’unico della prigione appartenente ad una classe sociale non proprio reietta, salta la mosca al naso. Ma invece di fare una sola fiamma del luogo della sua dannazione fa molto peggio e attraverso un microfono di fortuna diffonde Mozart per tutta la galera:
« It was like some beautiful bird flapped into our humdrum cage and made those walls disolve away and for the briefest of moments, every last man in Shawskank felt free…»
Oggi Michele Serra su Repubblica per la rubrica L’Amaca:
“È solo un dettaglio. Ma vedere e sentire il redivivo Capezzone sbucare in un tigì per dire che «la vera grande opera è mettere in sicurezza tutto il Paese» desta totale sbalordimento. Neanche rabbia: puro sbalordimento. Ma come? Non era e non è, Capezzone, portavoce del partito di Berlusconi o di quel poco che ne rimane? E quando mai, nei lunghi anni di potere dell’uomo del ponte sullo Stretto, della New Aquila, della cementificazione allegra, la messa in sicurezza di qualcosa è stata una priorità, o anche semplicemente un’urgenza? Non erano forse gli ambientalisti menagramo e nemici dello sviluppo a sostenere che bisognava usare tutti i quattrini a disposizione per aggiustare l’esistente, piuttosto che speculare sull’inesistente? Non erano forse gli intellettuali rompiballe, i geologi squattrinati, i vetero di ogni risma, quelli che remavano contro, a ripetere che è assurdo vaneggiare di grandi opere straordinarie in un Paese che, ordinariamente, si sgretola e cigola in ogni sua giuntura, strutturale e infrastrutturale? E adesso sbuca questo qui, verso l’ora di pranzo, a spiegarci che «la vera grande opera» è aggiustare quello che è rotto? Ma con che faccia? Con che coerenza? Con che curriculum? Con quali parole e quali atti alle spalle, che lo autorizzino a qualcosa di diverso da un doveroso silenzio?”
E’ vino. Probabilmente.
Indirizzato da una catena di link mi capita di approdare sul sito web del New Yorker, celeberrimo periodico culturale, e trovare ivi un breve post a tema enologico dal titolo brutale: “Does All Wine Taste The Same?”. Il contenuto desta la mia attenzione. L’articolista si chiede se tutti i vini, in fondo, non abbiano lo stesso sapore. La risposta di costui è sì (in fondo) 1.
Si chiama, l’estensore dell’elaborato, Jonah Lehrer (ultimamente molto chiacchierato) e per dimostrare la sua tesi parte dai risultati di un blind tasting del maggio 1976 dovuto all’iniziativa di tale Steven Spurrier, inglese e mercante di vino, appassionato sostenitore della superiorità dei vini francesi che mai avrebbe ammesso l’eventualità di un vino di Bordeaux peggiore di uno della Napa Valley, California. Ci mancherebbe solo che questi mandriani… Continua a leggere→
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