Le scelte che “facciamo”

Come ebbe a dire il vecchio Silente al giovane Potter:

“Sono le scelte che facciamo che dimostrano quel che siamo veramente, molto più delle nostre capacità.”

 

E’ davvero un bel libro (o un bell’ebook) il saggio/intervista di Luciano Gallino che ha per titolo La lotta di classe dopo la lotta di classe.

Ecco, per dire: soffre di povertà estrema quel segmento di popolazione mondiale che si sforza di sopravvivere (o meglio di non morire) potendo contare al massimo su un paio di dollari al giorno. Tale segmento si stima che ammonti a circa un miliardo di persone. In crescita.

Tutti esseri umani che non contano niente.

Nel suo libro Gallino afferma che il reddito del mondo, cioè l’intera ricchezza che il sistema produttivo planetario riesce a creare, «supera ormai i 65 trilioni di dollari» dove un trilione di dollari ammonta a mille miliardi.

Dice inoltre che:

“[...] il rapporto 2003 sullo Sviluppo Umano dell’ONU [eccolo] stimava che per sradicare la povertà estrema e la fame ci sarebbero voluti  76 miliardi di dollari l’anno. Si può supporre che ai nostri giorni l’importo sia salito, a dire molto, a 100 miliardi [...]“

Quindi, poco oltre:

“[...] c’è da chiedersi che razza di mondo sia quello che produce valore per 65000 miliardi di dollari l’anno e non ne trova un centinaio – pari a un seicentocinquantesimo del totale – per sconfiggere la povertà estrema e la fame. I governi dei paesi ricchi sostengono di avere le casse vuote. [...]“

Poche pagine prima, però:

“[...] Gli USA e la UE hanno speso o impegnato almeno 18 trilioni di dollari per salvare gli enti finanziari “troppo grandi per lasciarli fallire”.”

 

Pochi esseri umani (?) chiusi nella cabina di regia che decidono per tutti.

Ora, a me è sembrato che la sproporzione di queste cifre sia così colossale da farmi sospettare che il professore fosse caduto vittima di un refuso o di un altro errore qualsiasi. Invece, più probabilmente, è solo la mia piccola inadeguatezza (etica, tutto considerato) che cerca una via di fuga per ritrarsi di fronte ad un esempio così esorbitante di brutale cinismo istituzionalizzato. Per non dire peggio.

edit:

due piccole integrazioni:

la prima è un articolo di Luciano Gallino uscito su Repubblica proprio l’altro ieri dal titolo “Ecco come creare lavoro”. Lo si può leggere cliccando qui.

la seconda è un sito che si chiama Tecalibri che si occupa di promuovere i libri rendendone leggibili stralci molto ampi. Per farsi un’idea precisa di  La lotta di classe dopo la lotta di classe è sufficiente cliccare qui.

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Bello per forza: il bestseller

Ottimo punto di vista di Luca Ricci su La Lettura, l’inserto domenicale del Corriere della Sera uscito ieri. Lo ha espresso in un breve articolo dal titolo Ecco il libro-saponetta dell’autore volubile che sogna il bestseller per la rubrica L’incursione.

Se mi dice dove devo firmare lo faccio subito: il male si chiama bestsellerismo ovvero la corsa forsennata dell’industria editoriale tutta verso il titolo che ti risolve, in un sol colpo, l’avvenire. Pratica molto à la page che se ne infischia dei mezzi e va dritta allo scopo e lo scopo è il successo, che altro? Naturalmente è necessario distinguere: c’è Liala e c’è Sciascia, c’è Melissa P e c’è Saviano ci ricorda Ricci. Vero.

Ma sarebbe bene non dimenticare mai che non è bello quel che “piace” (o è fatto (per) piacere):

“Il bestsellerismo è un modo di pensare secondo cui l’aspetto estetico è legato al dato di vendita (tradotto: se un libro vende è bello per forza). Il problema non è il libro di successo, ma il tentativo di replicarlo ad ogni costo. Così il bestseller non è più una categoria merceologica, bensì un genere letterario, un modello per la scrittura di altri libri”

La chiusa (amara) (ma detergente):

D’altronde se il lettore è diventato soltanto un cliente, è pacifico che il libro si sia trasformato (o si stia trasformando o a breve si trasformerà) in una saponetta.

 

[Se e quando detto articolo sarà pubblicato per intero on-line sarà mia cura fornirne il link; per adesso: nisba]

Integrazione (16 maggio alle 12:00):

sempre Luca Ricci al quale giustamente il tema dell’appiattimento della scrittura e della politica della mediazione al ribasso in tema di linguaggio pare stare molto a cuore. Mi è capitato di scovare questa clip dello scorso gennaio sul sito della RAI dedicato alla letteratura (la clip può essere vista per intero cliccando qui):

“[...] Il linguaggio cioè deve essere totalmente funzionale alla storia, non deve intralciare lo scorrere degli eventi, non deve creare disturbo al lettore (nel frattempo trasformatosi in cliente). Deve essere quindi molto semplice per quanto riguarda lessico e sintassi. Questo anche per facilitare le traduzioni all’estero, visto che la partita dei best seller si gioca su un terreno globale, e non soltanto nei singoli mercati nazionali. [...]“

Già. Proprio di questo avevamo parlato qui qualche tempo fa… Vero è che una lingua credo sia un organismo mutante di per sè, non sta mai ferma, è votata al perenne cambiamento (e cosa non lo è?). Tuttavia la nostra (portandosi dietro la “letteratura” che verrà) per non rischiare di morire di solitudine dal momento che in casa ha pochissimi “ammiratori” – sempre meno – va a cercare fortuna all’estero. Lasciando per strada gran parte delle sue peculiarità.

Meglio dirozzarsi?

Chiudo segnalando il libro in tema (che poi è un ebook) nel nostro autore:

Come scrivere un best seller in 57 giorni
Luca Ricci
formato ePub con DRM – richiede Adobe Digital Editions – disponibile anche nella versione a stampa
Edizione: 2011
Collana: Contromano
ISBN: 9788858102961
Prezzo: 6,99 Euro
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L’importanza di chiamarsi Ernesto

Gli ebook reader, i lettori di libri elettronici, sono quei dispositivi dedicati esclusivamente alla lettura cosiddetta lean back: distesa, lunga, approfondita; l’attenzione indirizzata verso un unico oggetto, le distrazioni evitate (tutte, per quanto possibile). Lo schermo non si illumina di tutti i colori dell’arcobaleno, non mostra filmati e non trasmette pubblicità che lampeggiano: mima per quanto la tecnologia lo permette, e senza ambire a diventarlo davvero, il foglio di carta; nulla di più. La lettura, insomma.

Ben diversa dalla consultazione: per quest’ultima funzionano egregiamente PC e derivati come i tablet. Si accede a quell’archivio colossale che è internet, si vola (quando si può) di fiore in fiore e molto molto altro all’insegna della più sfrenata performance. Oppure ci si godono gli enhanced book, sorta di luna park da tasca.

Perchè, dunque, perfino (tu quoque) l’attuale direttore del Salone del libro di Torino, Ernesto Ferrero, nelle interviste che mi è capitato di ascoltare alla radio e in TV parla di ebook reader e di tablet come se fossero la medesima cosa?

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Le Mot Qui Convient

 ”Jean Valjean aveva una dote particolare: si poteva dire che portava due bisacce; in una aveva i pensieri di un santo, nell’altra gli orribili talenti di un forzato; frugava nell’una o nell’altra, secondo l’occasione.”

  “Jean Valjean avait cela de particulier qu’on pouvait dire qu’il portait deux besaces; dans l’une il avait les pensées d’un saint, dans l’autre les redoutables talents d’un forçat. Il fouillait dans l’une ou dans l’autre, selon l’occasion.”

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In che razza di mondo viviamo, dico io

Oggi su Repubblica, un’interessante (a suo modo) intervista a tema ebook. L’intervistato è Stefano Ottieri amministratore delegato di Emmelibri e presidente di Messaggerie Giunti che controlla Melbookstore e del portale Ibs.it (oltre il 30% di libri fisici, musica e film).

«La mia famiglia vive di libri dal 1914», racconta. Suo zio era Valentino Bompiani e suo padre lo scrittore Ottiero Ottieri. Suo cugino è Stefano Mauri, alla guida del gruppo editoriale GeMS, per importanza e volume d’affari il secondo gruppo editoriale italiano (alle spalle di Mondadori).

[Per chi non lo sapesse il titolo del presente post è una citazione da un pilastro della cinematografia di tutti i tempi: Nati con la camicia]

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Dove il folle diamante risplende ancora

Rosso Floyd è un libro geniale scritto da Michele Mari. È un oggetto narrativo difficile da identificare. Non poteva essere altrimenti, dato l’argomento: Syd Barrett.
La storia del rock è costellata di icone immortali. Tra tutte, quella di Syd Barrett è forse l’unica che ha iniziato a risplendere di luce propria mentre la persona che le ha dato il volto era ancora in vita. Il mito di Barrett non si è alimentato della sua morte, non ha avuto tributi funebri e beatificazioni. Mentre il culto di Barrett cresceva, lui era sempre lì, ad osservare ormai dall’esterno quella che sarebbe rimasta per sempre la sua band. E la sua band, che per sopravvivere aveva dovuto liberarsi di lui, ha continuato sempre a sentire su di sé il suo sguardo.
La storia inizia in quella nebulosa quanto prolifica scena londinese degli anni Sessanta. Il genio di Barrett ispira i Pink Floyd. I loro show dal vivo sono eventi che sfiorano il mistico. Sono qualcosa di mai visto né sentito. Tutto questo viene condensato in un album che esce nel 1967. Si intitola The piper at the gates of dawn e contiene come uno scrigno tutta la visione di Barrett, raccontata da brani epocali come Interstellar Overdrive o Astronomy Domine. Poi accade qualcosa.

Syd

Sono state avanzate molte ipotesi su quale sia la malattia che ha colpito Barrett. Schizofrenia, depressione. Di certo l’uso di droghe psicotrope ha un ruolo di rilievo. Qualcosa in lui, dopo il primo album, si è rotto. Non funziona più. Durante i concerti è assente, appoggiato da una parte, seduto accanto a un amplificatore, con la chitarra scordata. Gli altri gli affiancano un suo vecchio amico, David Gilmour. Ma Syd non rientra dalla sua orbita e gli altri quattro, una sera, mentre stanno andando a suonare per un concreto, decidono di non passarlo a prendere. Almeno così si racconta. Questo distacco e il senso di colpa e di impotenza che ne consegue segna la storia del gruppo.  La follia sottrae Barrett ai Pink Floyd nel 1968, l’anno in cui esce A saurceful of secrets, al quale Barrett partecipa solo in parte.  Ma è con l’uscita di questo secondo album che l’umanità si divide in due: da una parte chi sostiene che i Pink Floyd siano finiti con l’allontanamento di Barrett e dall’altra chi sostiene che i Pink Floyd siano iniziati con l’allontanamento di Barrett. La verità racconta da Michele Mari, in questo libro strepitoso, sta nel mezzo.

Mari

Rosso Floyd è un racconto strutturato come un documentario in cui ogni testimone prende la parola. Ogni capitolo è un monologo. Parlano tutti: Gilmour, Waters, Mason, Wright. Ma parlano anche gli altri, da Bowie a Geldof fino a un certo Arnold Layne al quale l’uscita dell’omonima canzone firmata da Barrett ha rovinato la vita. Ci sono testimonianze dall’aldilà. Attraverso un poderoso lavoro di documentazione, Mari ricostruisce la storia della band trasformando persone reali in personaggi di un romanzo corale fatto di episodi biografici contaminati da elementi fantastici, magici. Gilmour seduto in cucina che viene toccato dallo spirito di Barrett mentre le sue dita estraggono dalle corde della sua Fender l’arpeggio di quattro note che consegnerà alla storia della musica rock il brano Shine on your crazy diamond. Perché Barrett è sempre presente. Lo spirito guida che non lascia mai il gruppo. Però Barrett è al tempo stesso un ragazzo invecchiato male il cui allontanamento alimenta un senso di colpa devastante che contamina l’intera produzione artistica della band.
The dark side of the moon è un album sulla follia, Wish you were here è forse quello più direttamente incentrato su Barrett, persino The Wall è letto come la storia di una rock star (che nel film ha il volto di Bob Geldof) e del suo progressivo rinchiudersi in un muro fino al giudizio finale in cui viene riconosciuta la sua pazzia. È per questo che tra chi ritiene che l’allontamento di Barrett sia stata la fine dei Pink Floyd e chi ritiene che quel momento sia invece l’atto fondante della band la verità di Mari sta nel mezzo. Perché il distacco tra Barrett e i Pink Floyd è il tema attorno al quale si muove la produzione della band. La perdita di Barrett e del suo genio diventa l’essenza stessa della poetica dei Pink Floyd. Un’eredità messianica. Barrett ha fondato la band, le ha dato il nome, ma è il suo sacrificio (vieni, oggetto di risate lontane, vieni sconosciuto, leggenda, martire, e splendi) il trauma dal quale la band trae ispirazione per i lavori più importanti della propria produzione.

the wall

Sono arrivato a questo libro perché amo i Pink Floyd. Questa band è una di quelle cose che ho ereditato da mio padre e che spero di trasmettere a mio figlio. Retaggi psichedelici. Ma credo che non sia necessario avere questo rapporto con la band per apprezzare il libro di Mari. La sua è una scrittura perfetta. E il modo in cui il fantastico si confonde al reale e il biografico all’opera di fantasia, creando un unico fluido narrativo, è qualcosa che rende questa esperienza di lettura davvero unica. Non ho più una libreria su Anobii perché per pigrizia non riuscivo mai ad aggiornarla dando il dovuto risalto ai libri che ho amato di più, ma se ce l’avessi ancora di certo aggiungerei questo libro assegnandogli tutte e cinque le stellette luccicanti. Quelle che a Barrett piacevano tanto.
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La confusione sotto il cielo

La premessa (doverosa): l’AgCom, Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, è un ente amministrativo di nomina politica. I suoi membri, o meglio i suoi commissari che se non vado errato sono otto, sono scelti direttamente dal Parlamento (quindi dai vari partiti che lo compongono). Anche su Wikipedia è scritto che questo particolare inficia in misura non piccola il criterio di indipendenza che dovrebbe informare qualsiasi authority di controllo.

Detto questo, ecco un rapido compendio per accedere ad alcuni degli articoli che hanno menzionato alcuni recenti sviluppi in tema di rete, copyright e censura usciti nelle scorse ore; per quanto ne so tutto è partito da La Stampa: Continue reading

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La via d’uscita: la scuola di Francoforte (re-loaded).

Ho trovato davvero centrate e degne di nota le brevi considerazioni conclusive di una lunga intervista che Loredana Lipperini ha fatto al professor Luciano Gallino per Fahrenheit, il programma che la giornalista conduce su Radio3.

Per superare la crisi e le disgrazie imposte dalla via ultraliberista (che è quella errata anche se al momento vincente, ricordiamolo) è necessario, prima di ogni cosa, tornare a saper leggere il reale con gli strumenti adatti. Nuovi Adorno, nuovi Horkheimer, nuovi Marcuse: dove siete?

Qui l’articolo uscito per Repubblica, da leggere e rileggere; è anche appena uscito un libro-intervista a Luciano Gallino: La lotta di classe dopo la lotta di classe per Laterza (vedi sotto).

Ecco lo stralcio finale (l’intera intervista lipperiniana si può ascoltare qui):

“[...]La via d’uscita sarebbe un movimento intellettuale di critica in senso forte, nel senso che aveva quando esisteva la “teoria critica della società” [eccola] che metta a nudo le patenti insufficienze, i patenti rischi e le patenti devastazioni che l’ordine liberale, sia pratico, sia ideologico, ha prodotto e rischia di produrre.

Il fatto è che si tratta di una ideologia (e di una pratica) che al momento è vincente, anche perché i partiti politici, compresa una parte notevole dei partiti di sinistra, dinanzi a questa vicenda si sono rivelati seriamente impreparati.

Bisognerebbe far sì che i movimenti di protesta nei confronti del disordine neo-liberale e i partiti che in qualche modo si rifanno al lavoro, ad un’idea progressista della società (non oso dire social-democratica) si componessero finalmente rivitalizzandosi a vicenda, per costruire per intanto degli schemi interpretativi che non siano quelli triti proposti ogni giorno dai media e per costruire, attraverso una diversa comprensione del reale, la possibilità che si allarghino le classi sociali o la classe sociale che ha subito il peggio da questa crisi e che avrebbe forse qualche diritto di non essere condannata a continuare a pagare i costi di essa.”

La lotta di classe dopo la lotta di classe
Luciano Gallino
formato ePub con DRM – richiede Adobe Digital Editions – disponibile anche nella versione a stampa
Edizione: 2012
Collana: Saggi Tascabili Laterza
ISBN: 9788858103975
Prezzo: 7,80 Euro
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Allineamenti

 

Una cosa alla volta.

Siamo passati dal governo di Jabba the Hut con tanto di adorante corte di freak e codazzo di utili scagnozzi in giacca e cravatta di rigore ma privi di un qualsiasi scrupolo deontologico (figuriamoci di una coscienza), per finire direttamente nelle sgrinfie dell’Imperatore.

Certo la strada era in discesa: il Lato Oscuro della forza, come è noto ai più, è seducente, comodo e immediato.  E anche in questo versante, poi, non c’è certo carenza di insidiosi quanto determinati  e solerti alfieri (i Sith) alla conquista indefessa di preziosi centimetri di pubblica opinione.

Del resto non siamo che una filiale, dal momento che la Death Star di questo piano di realtà più che aleggiare intorno al pianeta sembra preferire solide e sontuose fondamenta newyorchesi, I presume (dunque gli x-wing non possono essere granchè utili).

Purtroppo quello oscuro è il lato sbagliato del cammino.
Si stenta tuttavia, e per altro verso, a scorgere all’orizzonte una principessa Leia qualsiasi, men che meno un Luke Skywalker degno di questo nome o, al più, uno scapestrato Han Solo che getti nell’agone almeno un po’ di sano e ben indirizzato soqquadro (istituzionale, s’intende).

Anche se, visto che parliamo di politica (e se proprio devo scendere sul personale), non sono mai stato un convinto sostenitore di una risoluzione qualsiasi passante attraverso questo o quest’altro individuo. Non credo nei leader e la personificazione (si può dire?) di una cosa tutto sommato seria come la politica mi ha sempre lasciato perplesso. A prescindere, diceva Totò.

Dunque, con il rispetto dovuto, di principesse non saprei che farmene in questo senso: sarei molto più felice di avere occasione di imboccare il lato luminoso della strada in compagnia della più gran parte della comitiva, per dire.

Ecco perché, sarà un difetto, ma comincio a diventare diffidente quando «l’obiettivo molto più ambizioso» viene menzionato per giustificare l’aver reso ancor più gravoso affrontare la quotidiana e implacabile Geenna a chi con questa deve confrontarsi che lo voglia oppure no.

Davvero la soluzione è rendere l’ultraliberismo ancora più ultra?
E svoltato l’angolo cosa ci attende?

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Chicago boys (don’t cry, plz)

Il mio modesto avviso è che il cambiamento che si va producendo in ambito editoriale, intendendo questo termine nella sua accezione più ampia, andrà ad interessare molte direzioni, di cui la più fruttuosa e interessante sarà quella dell’offerta culturale. Credo che si potrà contare su una scelta più ampia: alberi di specie oggi ignote frutteranno oggetti alieni e i sapori saranno meno timidi.

Avendo una possibilità in più di non dover sottostare giocoforza alle scelte o alle opinioni vincolanti di un produttore, gli artisti potranno affrontare direttamente (e a proprio rischio) il proprio mercato, in questo modo liberando energie, progetti ed opportunità che la mediazione al ribasso della politica della “media di gusto” ha fino ad oggi tenuto a freno.

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Il padrone del vapore, almeno in certi ambiti, non è più padrone di un bel niente da quando la distribuzione capillare di contenuti non ha più praticamente bisogno di supporti. Questo, di sicuro, rappresenta un cambiamento colossale in ambito economico e in termini di rapporti di forza fra artista ed editore, ma nel lungo periodo vuole anche dire che la creatività avrà più possibilità di esprimersi in modi meno ortodossi senza per questo doversi indirizzare verso le solite nicchie più ricettive (sempre quelle).

Chi avrà davvero qualcosa da dire lo potrà fare: finalmente Gigi D’Alessio potrà pubblicare quell’album in stile Dead Can Dance che ha nel cassetto da decenni.

Dice Pino Daniele:

“«Ero stufo di litigare con dirigenti che non capivano di musica e venivano da settori commerciali. Electric Jam doveva aveva un seguito, Acoustic Jam: la Sony non l’ha mai fatto uscire perché non avrebbe venduto». E così ha aperto un’ etichetta, la Blue Drag, che ha prodotto La Grande Madre, il suo nuovo album: «Il presidente sono io e quindi nell’ artista Pino Daniele ci credo», ride.”

(Il resto qui)

Per farla breve, Daniele dice ciao ciao alle major per diventare a 57 anni un alfiere del self-publishing. Con tanto di spartiti nel booklet. Intendiamoci: è Pino Daniele dalla A alla Z; eppure le eversioni sottotraccia, quelle sorde, meno evidenti, sono quelle più insidiose se è vero quanto sempre il grandissimo chitarrista che canta confessa al suo intervistatore de La Stampa:

“Pensi che per Melodramma alcune radio hanno obiettato che ci sia la parte strumentale». I soliti problemi da analfabetismo marketing, ma Pino è convinto che si riaprano spazi d’ascolto in programmi dedicati: «Tornerà la tensione informativa [...]“

Bene, allora.

Del resto grosso modo le stesse cose le diceva, da par suo, un coriaceo Luciano Bianciardi in questa meravigliosa clip di quarant’anni e coda or sono, malcelando il suo fastidio nei confronti dell’editor della Bompiani (« …un funzionario editoriale… ») che avrebbe dovuto porre mano al manoscritto de La Vita Agra: manco per sogno, forget it, rien à faire.

Ah: l’epoca era quella nella quale il mestiere di editor lo conducevano gente come Calvino, Pavese o Vittorini.

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La civiltà dello strutto e quella dell’olio

 

“[...] Mentre scende verso il fondovalle, Gerolamo scopre le differenze, come in un gioco per bambini, tra il volto adriatico dell’Appennino e quello tirrenico, che gli si spalanca innanzi.
L’orientamento delle valli è mutato: il Setta, il Sàvena e il Reno scavano le montagne da sud a nord, mentre la Sieve scorre da nordovest a sudest, parallela alla catena principale.
Querce e pini hanno dato il cambio a faggi e abeti. L’aria sa di resina, di cipresso, di caldo e rami secchi. Più in basso, dove il bosco lascia spazio ai campi, filari verde argento segnano il passaggio dalla civiltà dello strutto a quella dell’olio. [...]“

 

Bello questo libro che sto leggendo proprio adesso. Visto che mi sarebbe impossibile prestarlo a tutti quelli che passano da queste parti… qui è possibile saperne di più, scaricarlo e leggerlo subito gratuitamente (molto meglio se muniti di congegno all’uopo dedicato) e qui lo si può comprare nella sua versione cartacea.

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Ok, panico!

Su la Repubblica in edicola oggi è possibile leggere un’intervista molto interessante a Riccardo Cavallero, direttore (se non erro) del comparto trade 1 della Mondadori.  La firma è del bravissimo Antonio Gnoli.

Eccone un estratto che, a mio avviso, merita evidenza:

    Proprio il cartaceo costituisce ancora la parte preponderante dell’editoria. Voi della Mondadori siete al primo posto con quasi il 28% del mercato. Ma secondo i rilevamenti della Nielsen dal 2007 al 2011 si è passati da tre milioni di copie vendute tra i primi dieci bestseller a un milione e seicentomila dello scorso anno. Come commenta?

«In questo arco di tempo è scomparso il mega-seller, che poi è un libro comprato come fenomeno di costume e generalmente non letto. La tendenza è che più crescerà il digitale e meno spazio ci sarà per il mega-seller».

    Perchè?

«La presenza del mega-seller dimostra la forza dell’editore, la sua capacità di controllo del mercato. Con il digitale è il lettore che assume il comando, che parla all’interno della comunità, che sceglie cosa, dove e a che prezzo comprare il libro.»

   E’ il panico per voi editori?

«Diciamo che ci siamo molto vicini. L’editore deve capire come comunicare con il lettore. E non è facile in un mercato che tenderà sempre di più a frammentare lo spettacolo dei libri.»

Ma sono solo io a pensare che il controllo del mercato da parte di una (o poche) soggettività non dovrebbe essere la regola? Ci dovremmo rammaricare della (eventuale) fine di una anomalia?  Sometimes I wonder…

Qui l’intervista può essere letta per intero.

Note:

  1. I libri non scolastici.
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Perché Dostoevskij è un grande scrittore (e Grisham è solo commercio)?

[ «Il cittadino si mette al riparo dal genio adorando le icone»
Edward Dahlberg]

   Ogni tanto conviene farsi domande semplici. Può capitare leggendo un breve saggio di David Foster Wallace contenuto nel suo notevole Considera l’aragosta, che ha per titolo Il Dostoevskij di Joseph Frank (qui). Oggi è più appropriato del solito, soprattutto in considerazione di alcuni recenti (?) sviluppi nel panorama dei blog di argomento letterario, o di vocazione affine, la cui  mission, come diciamo noi bocconiani, appare sempre più ambigua. Anche se la sensazione è che si stia affermando un uso del web che rende indispensabili crescenti dosi di scetticismo.

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S’i’ fosse Volo

Belle domande.
Cosa può dare una casa editrice ben strutturata oggi ad un autore:

“[...] Una buona campagna di marketing? Ossia, per dirla in un modo un po’ duro, se io fossi Fabio Volo fra tre anni (mi rendo conto, è un’ipotesi per assurdo molto molto dura anche per me), e avessi appena finito il mio nuovo romanzo e le condizioni economiche di Mondadori sono se va benissimo il 15% di royalties e quelle di Amazon se va malissimo il 35%, perché io dovrei decidere di continuare a pubblicare per Mondadori? Per il marchio? Per la tradizione? Per la pubblicità sulle riviste del gruppo?”

E visto che tutto sommato sono proprio Fabio Volo, perchè non fare a meno anche di Amazon o di chiunque altro per mettermi in tasca direttamente il 100% di un prezzo di copertina tenuto molto basso e vendendo direttamente sul mio sito web personale?

Mi era sfuggito questo lungo articolo di Christian Raimo dal titolo eloquente che risale allo scorso 6 febbraio e che esorta a riflettere sui nuovi (?) scenari editoriali di un orizzonte incombente come l’avvenire (anche se, non so perchè, quando da quelle parti parlano di queste cose ho come la sensazione che facciano un po’ finta, mah…)

Visto che ci sono lo lego ad un esperimento anch’esso molto eloquente, condotto (tomo tomo) da colui che fino a non molto tempo fa era un pezzo da novanta proprio di casa Mondadori ossia Sandrone Dazieri, scrittore a sua volta di libri di genere e scopritore di itali talenti, nonché autore e sceneggiatore di fiction televisive (Squadra Antimafia Palermo Oggi, per esempio).

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“Sarà”, il 1985, Pino Daniele e la memoria che non è la storia.

 Questa me la ricordavo ancora, chissà perchè. Nel senso che oggi ho rivisto per caso questo filmato che è stato trasmesso in tv nel 1985 (avevo 14 anni) e mi sono accorto di averlo conservato più o meno intatto nella memoria tutto questo tempo. Ero a casa con i miei genitori e se non erro dovevamo ancora metterci a cena, cosa che normalmente non avveniva mai prima delle nove, come d’abitudine per chi ha origini meridionali.

Baudo aveva attaccato il collegamento esterno di “Fantastico” con quattro ergastolani sorpresi in cella nel bel mezzo di una partita a rubamazzo con le carte napoletane. Un tavolo angusto e male illuminato. Uno pare si chiamasse Pino. Un’altro Daniele. Incalzati da quella voce stridula si alzano in tutta fretta come se nella stanza avessero fatto irruzione gli scagnozzi della gang rivale con i kalašnikov spianati. E invece niente: «Uè, jamma a’ sunà, uè!», campo lungo, ognuno si precipita ad imbracciare il suo strumento, il batterista batte il quattro e il pezzo parte, piano piano, come se la musica fosse già lì e qualcuno avesse solo alzato un pochino il volume.

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