Pochi giorni fa sono capitato sul blog di Luca de Biase, sempre interessantissimo e da consultare con attenzione. Un post in particolare mi ha profondamente incuriosito, dal titolo eloquente: “Autori come imprenditori… Editori come creatori…”. Ne quoto uno stralcio ma, naturalmente, merita molto di essere letto e meditato per intero come moltissimi altri articoli di quel blog:
“[…] La disintermediazione, si diceva una volta. Oggi si dice, come Johnson, che la quota riservata agli autori dal sistema editoriale tradizionale è un cattivo affare per loro: “Creative types pay a heavy toll to distribute their works, and in “the internet age” they can and should be doing it for themselves. Be they painters having to give galleries 50 per cent of the price of their pictures, or authors getting just 7 per cent of the net proceeds of their novels from publishers, or singers receiving paltry royalties from record labels, for many the division of rewards is a bad deal.”
E’ un cattivo affare perché la gente non vede un film perché è incuriosito della major che lo ha prodotto, non sente un brano musicale perché è interessato a quello che presenta un’etichetta e non legge un libro perché ama un editore, dice Johnson: il pubblico presta attenzione a un’opera perché è affasciato dalla visione originale dell’artista o dell’autore. E poiché con internet e il digitale produrre e pubblicare è diventato molto meno costoso, gli autori che diventano imprenditori di se stesso, dice Johnson, possono guadagnare di più. Tagliando fuori gli intermediari. E’ un modo per raccontare la crisi dell’editoria. Ma è un modo per spiegare bene che cosa faranno gli autori? […]”
E’ un cattivo affare perché le cose stanno cambiando, nel bene e nel male, come sempre quando si cambia. L’industria musicale come l’abbiamo conosciuta finora sta soffrendo particolarmente da ormai diversi anni, ma fatica ad affermarsi un modello di business alternativo che tenga conto delle realtà tecnologiche ed economiche rivoluzionate da un continuo ed ininterrotto terremoto globale. Che non riguarda ovviamente solo questo ristretto ambito. Non si vendono più dischi come una volta … La colpa è di chi scarica musica illegalmente dai circuiti p2p. Fine della storia ?
Trent Reznor dei Nine Inch Nails è arrivato a stilare un vademecum minimo per chi ha un gruppo emergente:
“Se volete un successo mainstream vi conviene rivolgervi ad un’etichetta musicale, condividere con loro il controllo su quello che fate e usare il marketing vecchio stampo. Buona fortuna”. Per chi invece vuole far conoscere la propria musica, non raggiungere necessariamente la vetta delle classifiche ma vivere di quello che fa allora l’imperativo è fare buona musica e darla via gratuitamente o ad un costo davvero basso “perchè dovete desiderare che la maggior parte possibile delle persone senta la vostra musica”.Prima di partire però una raccomandazione: non utilizzate il modello-Radiohead ovvero quello per il quale ogni cliente decide quanto pagare, svaluta la vostra musica inoltre “darla via gratis fa sì che nessuno possa mandarvi una mail dicendovi che ha pagato il vostro disco 50 centesimi perchè ha gradito solo 5 canzoni. Queste cose portano il morale a terra. E’ la vostra arte! Ha un valore!”
Il resto qui (Wired).
Forse il buon Trent dovrebbe provare a fare la pace col proprio cervello, intanto. Ma… già ! Chi decide il valore di un’opera d’arte ? Chi decide che un manufatto o un lavoro di ingegno come un pensiero o uno scritto sia arte ? E che valore ha ? Cosa sei disposto a dare ?
“In Rainbows” è un celebre album dei Radiohead, del 2007, venduto (anche) su internet secondo la formula “pagalo quanto vuoi, anche niente”.
Sono passati più di due anni. Come è andata a finire ?
E’ stato, per quanto ne so, un esperimento sui generis riuscito sotto tutti i punti di vista: per la prima volta una band di una certa notorietà ha messo a disposizione di chiunque il suo disco (in mp3) con questa formula.
C’è tutt’ora un sito internet dedicato, ma il disco non è più scaricabile da lì. Adesso chi lo vuole lo può acquistare nei negozi su supporto tradizionale, il cd, ma anche in un costoso cofanetto che raccoglie, mi sembra, un vinile (il classico 33 giri), due cd e un booklet molto accattivante al prezzo di 80 dollari. O su Amazon o un qualsiasi altro negozio on-line oppure su i-Tunes nel suo formato mp3.
La versione elettronica è rimasta a disposizione delle schiere fameliche dei professionisti del download a sbafo (ma anche no) per cinque mesi. Nel frattempo da gennaio 2008 è appunto iniziata la vendita del supporto fisico tradizionale, il cd, tramite i normali canali distributivi ma senza una major alle spalle.
Pare che alla fine della fiera, fra copie elettroniche e fisiche il prodotto abbia venduto tre milioni di copie e abbia servito su un piatto d’argento a Thom Yorke e co
“[…] La disintermediazione, si diceva una volta. Oggi si dice, come Johnson, che la quota riservata agli autori dal sistema editoriale tradizionale è un cattivo affare per loro: “Creative types pay a heavy toll to distribute their works, and in “the internet age” they can and should be doing it for themselves. Be they painters having to give galleries 50 per cent of the price of their pictures, or authors getting just 7 per cent of the net proceeds of their novels from publishers, or singers receiving paltry royalties from record labels, for many the division of rewards is a bad deal.”
“Se volete un successo mainstream vi conviene rivolgervi ad un’etichetta musicale, condividere con loro il controllo su quello che fate e usare il marketing vecchio stampo. Buona fortuna”. Per chi invece vuole far conoscere la propria musica, non raggiungere necessariamente la vetta delle classifiche ma vivere di quello che fa allora l’imperativo è fare buona musica e darla via gratuitamente o ad un costo davvero basso “perchè dovete desiderare che la maggior parte possibile delle persone senta la vostra musica”.Prima di partire però una raccomandazione: non utilizzate il modello-Radiohead ovvero quello per il quale ogni cliente decide quanto pagare, svaluta la vostra musica inoltre “darla via gratis fa sì che nessuno possa mandarvi una mail dicendovi che ha pagato il vostro disco 50 centesimi perchè ha gradito solo 5 canzoni. Queste cose portano il morale a terra. E’ la vostra arte! Ha un valore!”

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