Farsi tradurre

Se uno fosse scrittore di professione e avesse anche il gusto di scrivere buone (se non ottime) storie potrebbe pensare di essere nato al momento giusto: mai come oggi è (e sarà sempre più) facile trasmettere la propria opera al pubblico. Basta premere opportunamente qualche pulsante ed è simplicissi semplicissimo far arrivare le proprie fatiche narrative o saggistiche a chiunque abbia voglia di leggersele.

Lasciando da parte tutti i discorsi che riguardano l’opportunità o la non opportunità di passare attraverso una casa editrice, la promozione, la comunicazione, i guadagni da spartirsi, le percentuali, l’IVA, il magazzino e via discorrendo… lo scenario immenso che si spalanca dinanzi ad un autore oggi, è (volendo) il mercato globale. Tout Court. A tutti gli effetti. Una punta di vertigine è più che giustificata, del tipo più insidioso: quella che appanna la vista e non fa vedere più avanti del proprio naso. E invece: olso dis is  zè globalizèscion.

Così uno scrittore negli anni 10 potrebbe valutare la concretissima possibilità di iniziare a vendere la sua opera sul mercato in lingua inglese che è certamente caratterizzato da numeri interessanti: un bacino di utenza quantificabile in centinaia di milioni di lettori in ottima salute, da confrontare con le sparute migliaia, per dire tanto, di uno stitico cortile italiano. Non ho numeri alla mano da poter sbandierare e d’altro canto sono io il primo a detestare le analisi un tot al chilo. Non cercherò, dunque, di quantificare esattamente le grandezze cui ho appena fatto cenno. Credo che si tratti di una verità assolutamente incontestabile, però. E tanto basta.

Il problema non è il pubblico. Il problema è saper scrivere un racconto, un romanzo, una novella, un fumetto, una graphic novel (o quel che è) che abbia dentro di se la necessaria tipicità da poter essere apprezzata da persone con culture completamente diverse. Ecco dove sta il quid. In fondo Dario Fo è messo in scena anche in India. E con successo clamoroso. Dove sta il quid?

Potrà essere sufficiente far tradurre in inglese la saga in sei volumi che giace nel fondo del cassetto da anni e che è stata rifiutata da tutti gli editori della penisola? Non credo.

Affronto questo argomento perché ho appena finito di ascoltare la registrazione audio di un’ intervista a Wu Ming 1, alias di Roberto Bui, scrittore del collettivo di scrittori Wu Ming, il quale conduce con successo anche una attività professionistica di traduzione di letteratura anglosassone. Ha appena tradotto l’ultimo libro di Stephen King, Notte Buia, Niente Stelle.

Dice Wu Ming 1 che non sono e non sono stati moltissimi gli autori italiani che sono riusciti a conquistarsi un pubblico di affezionati lettori anche all’estero. Si fanno i nomi di Calvino e di Eco, per esempio, molto tradotti, apprezzati e venduti a tutte le latitudini del globo. Perché sono molto italiani e al contempo universali: raccontano le loro storie coniugandole con una sensibilità di respiro ampio. E, d’altra parte, aspirare ad una pubblicazione fuori dai confini nazionali può essere una ambizione da sapersi conquistare anche con umiltà. Di Eco, per esempio, si dice che sia una persona meticolosa che si preoccupa molto per la resa della traduzione in altre lingue dei suoi romanzi. Sembra che sia solito inviare una lista di termini problematici con relativa traccia di “soluzione interculturale” per il suo traduttore: un gioco di parole, un motto famoso in Italia ma inesistente all’estero e così via.

Stessa condotta, mi pare di ricordare  fosse usata da JRR Tolkien. Partendo dall’invenzione dei nomi degli attori delle sue storie, il buon JRR aveva costruito un universo di razze, lingue, usi e costumi: una struttura antropologica enormemente articolata e complessa, nella quale ogni elemento serviva a sostenere l’intera impalcatura di senso. Da qui la necessità di essere assolutamente rigorosi con le parole in genere e con i nomi in particolare.

Una frase che ha fatto epoca. Ipse dixit:

Un bel nome mi dà anche grande piacere. Io comincio sempre a scrivere partendo da un nome. Datemi un nome ed esso produrrà una storia, non al contrario di solito.

A proposito di questo argomento si può trovare qualche spunto anche qui.

Insopportabili angustie hanno funestato le notti insonni della traduttrice italiana di Harry Potter, cioè Serena Daniele. Come fare a rendere la complessità che si cela anche solamente nei nomi dei protagonisti della storia? Ecco, per esempio, un estratto dalla pagina Wikipedia che parla proprio di questo:

“Nei libri della Rowling i nomi nascondono un significato (come del resto è usuale nelle favole), specie se si tratta di un personaggio fondamentale per la storia come Albus Silente (in originale Albus Dumbledore). Nel nome originale del preside di Hogwarts possiamo ritrovare significati profondamente legati alla tradizione britannica che, per un’autrice che ha avuto una formazione classica, non sono dovuti al caso. Segue l’analisi del nome nella sua versione originale Albus Percival Wulfric Brian Dumbledore: in italiano si è scelto di tradurre il cognome in “Silente” in quanto filtra “l’aura di superiore saggezza” e ai traduttori “è sembrato più autorevole di tutte le variazioni possibili suggerite dall’originale”. L’autrice, a proposito di questa traduzione, ha dichiarato: “La traduttrice si è basata sulla parola dumb nel cognome, che significa muto”. In realtà, come fa notare la Rowling, dumbledore è una forma antica della parola bumblebee, che significa bombo (a volte impropriamente tradotto calabrone). L’ho scelto perché avevo l’idea di questo mago [...] sempre in movimento. [...] Per me il nome Silente è una totale contraddizione. Ma il libro è molto popolare anche in Italia, il che significa che la cosa non disturba per niente gli italiani!”

Per dire: sbagliando si può cogliere un segno. Va inoltre tenuta nella giusta considerazione un’ efficacia psicoacustica dei suoni: c’è chi dice ad esempio che per ottenere un effetto comico in fatto di nomi siano appropriati i suoni gutturali. Specialmente la K.E’ Daniele Luttazzi quando analizza gli artifici comici e retorici di Woody Allen in una sua lezione. Kugelmass fa ridere.
Imperdibile, ma non la trovo più… :-( Altrimenti l’avrei linkato.

Tuttavia la sensibilità che percorre le pagine del maghetto studente di Hogwarts è tipicamente inglese, anzi, meglio, tipicamente tipica dell’idea che si ha dell’inglesità, se così posso dire. E questa è una delle chiavi del successo esorbitante (a dir poco) di quella saga in 7 volumi.
Non so se mi spiego.

Allo stesso modo Eco oppure Calvino, o Magris o Tabucchi, sono indubbiamente italiani eppure sono molto apprezzati anche altrove. Hanno un carattere e una specificità che è ben lungi dal diluirsi in un non-gusto commestibile da tutti i palati: non sono McDonald (tanto per fare il nome di un altro autore), sono lardo di Colonnata, dice Wu Ming che cita in proposito anche Auden, quando affermava che la poesia migliore è un prodotto da esportazione: ha un sapore locale che può essere apprezzato anche altrove. E’ un equilibrio da saper raggiungere.

E’ pur vero, però, che sono pochissimi gli autori italiani tradotti in inglese (per esempio) e sono ancora meno quelli che possono vantare successi di una qualche rilevanza, come abbiamo appena visto, specie negli ultimi anni. A non pagare, allora, sembra essere proprio il  gusto di ostinarsi all’autoreferenzialità, ad indirizzarsi ad un uditorio angusto delimitato dai confini nazionali (quando non locali, firmandosi col doppio cognome, direbbe Eco, quello da ragazza e quello da sposata), a non prendere neanche in considerazione la possibilità di un respiro più ampio. Che magari può voler dire preoccuparsi della eventuale traduzione anche in fase di stesura. Già.

Intendiamoci: nulla in contrario. Scelte più che legittime. Gadda, si dice, se ne è infischiato dell’estero. Tradurre Gadda (caso estremo) non deve essere per nulla facile, anzi forse non è proprio possibile se non rinunciando a gran parte della sua specificità. Scegliere di fare scrittura piuttosto che letteratura. Insomma il problema del lettore implicito, sul quale non ho alcuna intenzione di impegolarmi. Vedi qui. Eppure “negoziare” su un testo gaddiano può voler dire, ad esempio:

Per chi abbia letto la Cognizione del dolore nell’originale, leggere la traduzione inglese è esperienza strana, di sapore fra l’irritante e il commovente. In effetti, a cominciare dal titolo, Acquainted with grief, si conferma l’inevitabile sospetto di intraducibilità che il testo gaddiano spontaneamente suscita;acquainted, infatti, può solo a stento pretendere a colmare il vuoto profondo e complesso lasciato da Cognizione: già la verbalizzazione del sostantivo, con l’effetto personalizzante-concretizzante che ne risulta, deduce all’astrazione e alla portata filosofico-generalizzante del titolo; e potevamo aspettarcelo, date le idiosincrasie anti-astrattive degli isolani.

Il resto qui.

Detto questo, però,  il progresso (this progress) ci  incoraggia benevolo verso un destino di possibile e istantanea trasmissione di un prodotto intellettuale che è effimero e inconsistente nella sua fatua immaterialità; tuttavia immediatamente ubiquo. Perché non pensare di beneficiarne, if possible? I tempi cambiano. In fin dei conti Gadda era un genio. A suo modo anche Calvino lo era. Così Eco. Ma, forse, non JK Rowling. Non Ken Follett. Non Dan Brown. Non JA Konrath.

Un bel romanzo storico.
Rigorosissimo. Oppure?
Forse non sono domande così oziose, a pensarci bene. Del resto, per chiudere con King, chi meglio di lui ha saputo raccontare la provincia americana a tutto il mondo? E la provincia è provinciale ovunque. :-)

edit 18 Dic 2010

Ecco, per esempio:

Per essere un romanzo di nicchia non male. Il nome della rosa è stato pubblicato in 35 paesi. Che cosa prova nel sentirsi consacrato a livello internazionale?

«Più che la fama, che comunque non guasta, mi gratificano le lettere dei lettori. E da questo punto di vista, l’America è stata una vera sorpresa. Mi scrivevano non solo da San Francisco o da New York ma dal MidWest. Uno scrisse dicendo che per il solo fatto di aver nominato Eckart, il grande mistico, gli facevo tornare alla memoria un suo antenato europeo con lo stesso nome. Era per molti di loro un modo di conoscere le proprie origini».

Da una notevole intervista ad Umberto Eco (Repubblica, Luglio 2006 a firma di Antonio Gnoli).

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7 risposte a Farsi tradurre

  1. abo scrive:

    Bel post!
    Una delle cose che mi piace fare, quando mi trovo all’estero in una libreria, è proprio andare a spulciare quali autori italiani vengano tradotti, e chiedermi il perché proprio quelli.
    Sicuramente l’autoreferenzialità di cui parli tu è un limite (cosa che invece non vale nel senso contrario: all’italiano interessa il Texas di frontiera molto più di quanto all’americano possa interessare la pianura padana). In altri casi invece credo che intervengano dinamiche editoriali di altro tipo, che però non saprei proprio interpretare…

  2. Sir Robin scrive:

    Ciao grande Abo :-) e grazie!
    Beh, hai ragione… ma forse perchè la pianura padana non è stata mitizzata da cinema e fumetti quanto le verdi praterie. Però mi chiedo: ma un giallo ambientato (per dire) a Siena? Un serial killer di Madonne di Simone Martini? Un tizio di Kansas City potrebbe appassionarsi al noir e allo stesso tempo, nella sua mente, si insinuerebbe la pittura italiana del ’300… ;-)

  3. abo scrive:

    Potrebbe funzionare, a patto di usare qualche riferimento che sia già noto anche all’estero.
    Cioè, se a un Daniele Marrone qualsiasi fosse venuto in mente di scrivere un “Codice Leonardo”, magari avrebbe spaccato di brutto e sarebbe stato tradotto in tutto il mondo… :)

  4. Sir Robin scrive:

    Già! Ma chi ci dice che non sia successo veramente? Magari il nostro Daniele ha finito i soldi a furia di spedire il manoscritto e di accumulare rifiuti, finché non ha desistito… è emigrato e si è fatto chiamare Dan :-) A quel punto era un autore americano e si è capito che il libro aveva qualche chance per poter funzionare anche da noi. Secondo me è andata così.
    Scherzi a parte, anche a me piacerebbe capire le dinamiche editoriali cui facevi cenno tu. Certo molto ha a che fare con la cifra dell’autore, ma per il resto? Perché i fenomeni termoeditoriali globali sono (praticamente) sempre anglofoni? Vedi qua: il 90% è english e gli unici italian sono Umberto Eco, Carlo Collodi e… Susanna Tamaro.

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