More Than Editing

Quello dell’editor è un mestiere che mi ha sempre profondamente incuriosito. Se tradurre come si deve un testo può voler dire doversi rassegnare a ben negoziare fra due patrimoni fatti di parole (tenere un significato oppure un calembour ma non tutti e due, per dire), l’arte di fare un buon editing su un manoscritto significa come prima cosa essere in grado di riconoscerne il valore e in seguito di esaltarne le qualità senza alterarne l’identità. Oliare il meccanismo in modo che giri il più possibile senza attriti. Ma non solo.

Molto del lavoro di un bravo editor, credo, consiste anche nel saper instaurare un dialogo costruttivo e autenticamente cordialissimo con il suo autore e intorno al manoscritto, in modo da arginare (o almeno provarci) le frizioni a base di ego ferito che probabilmente uno scrittore sarà forzato a patire. L’ego dell’artista.

Raccontano che Elsa Morante fosse tra gli scrittori dal carattere più difficile. Bizzosa e dalle rabbie irrefrenabili: «La sua era una gestione molto delicata. Già disponeva di una redattrice-governante-consigliera-amica tutta per sé, Elena De Angeli. Elsa esigeva di essere al centro dell’attenzione generale, come una bambina troppo sapiente. Arrivava in casa editrice avvolta in lunghe sottane zingaresche, come una contadina russa, e con un’aria da maga che sa tutto di tutti senza muoversi di casa. Dispensava vaticini oracolari, premonizioni, rivelazioni, come in una fiaba orientale. Gli amatissimi gatti (famoso tra tutti Caruso) erano il centro obbligato di ogni conversazione. Per scrivere La Storia si documentò su ogni minimo dettaglio con maniacale scrupolo flaubertiano e discutemmo a lungo di lugàneghe che voleva mettere nel romanzo».

Il resto, qui.

Credo sia essenziale saper gestire e dosare una competenza tecnica, umana e culturale. Per esempio, non deve essere stato affatto facile fare l’editor di Ernest Hemingway, personaggio burrascoso e senz’altro dotato di una personalità egocentrica. Eppure esistono delle bozze nelle quali le note a matita di Maxwell Perkins, il suo editor, suggeriscono imponenti rimaneggiamenti della trama di alcuni dei suoi libri migliori. Perkins lavorava anche con Fitzgerald, peraltro.  E Il signore delle mosche di William Golding, non sarebbe certo stato Il signore delle mosche di William Golding senza il fondamentale apporto di Charles Monteith. Chi era costui?

Naturalmente si tratta di nomi sconosciuti, che sul colofone non vengono riportati mai e cadono nel dimenticatoio, a meno che non intraprendano essi stessi una carriera di autori, in prima persona. Ne possono avere tutte le qualità, naturalmente. Così in Italia ci si dispone al massimo rispetto quando si sentono nominare i vari Calvino, Vittorini, Pavese, Bollati, Fruttero e Lucentini (che pure sono stati ottimi editor).

E Severino Cesari, di cui un paio di giorni fa Repubblica riportava un’intervista di Antonio Gnoli molto interessante. E’ l’editor di “Stile Libero”, come viene scritto nell’articolo, una costola di Einaudi, gruppo Mondadori. Una collana di narrativa pop che ha più di quindici anni (era il 1996) e che ha fatto la fortuna e la prosperità propria ma anche di autori come Ammaniti, De Cataldo, Aldo Nove, Tommaso Pincio, Wu Ming e, da poco, incrementerà quella di Giuseppe Genna. La coppia d’attacco della fortunatissima collana editoriale (ha iniziato pubblicando 8/10 novità all’anno, ora sono 75) è formata dall’appena ricordato Severino Cesari, a quanto pare temperamento crepuscolare e riflessivo, parco nei gesti quanto nelle parole, e da Paolo Repetti, dalla personalità assolutamente opposta: “ricomprende in sé la velocità felina e l’astuzia commerciale”. Estroflesso: si completano a vicenda, pare.

Presa nel suo insieme (e a partire dal titolo) l’intervista lascia una traccia un po’ troppo sottile, spirituale del lavoro di un editor. Dice Cesari:

“Per me è solo uno che legge e che ascolta ciò che legge. Non ci sono regole, discipline da seguire: c’è solo la tua mente che risuona di parole altrui. Naturalmente non vorrei che si scadesse in una specie di afflato mistico, perché è ovvio che esiste anche una parte tecnica. Ma non è il lato più importante“

Detta dal più autorevole editor d’Italia, questa frase un certo effetto lo fa. L’accento è posto insomma sull’aspetto più legato all’oralità: una storia sta in piedi se risuona bene nelle orecchie, se possiede ciò che viene definita una voce. Il «timbro particolarissimo» cui il lettore si affeziona e che sa apprezzare e riconoscere. Il lessico, il periodare, la scelta di tempi e di luoghi, gli indirizzi sintattici e linguistici di un autore, che ne definiscono il profilo. Ci sono, come è ovvio, degli aspetti tecnici, di meccanica della scrittura e della narrazione, ma Severino Cesari è convinto che uno scrittore autentico non è altro che un «rabdomante di storie» e il suo editor è lì per aiutarlo. Una sorta di funzione maieutica.

Esagerando un po’ sembra quasi l’unione ideale fra un mistico e un iniziato: da una parte lo scrittore in quanto anima sensibile e facile all’impressione, spinotto cosmico adatto ad intercettare e ritrasmettere le forze telluriche che lo percorrono e che sa raccogliere dai sentieri del mondo che percorre. Dall’altra l’editor, lo spirito razionale che conosce la realtà oltre lo specchio ma non vi ha accesso, che convoglia questa energia grezza in un flusso coerente e composto, intelligibile, che traccia direzione e destinazione di un binario esemplare. Senza strepiti.

Il fatto è che tutto questo mi lascia un po’ perplesso: credo senza dubbio nell’efficacia (e nella presenza) di una dimensione spirituale nel complesso di una produzione artistica qualsiasi. Tuttavia credo anche che la parte tecnica sia imprescindibile, credo nel metodo e nella applicazione più che nell’ispirazione che rapisce. One percent inspiration, ninety-nine percent perspiration: altrimenti l’afflato mistico cacciato dalla porta rientra dalla finestra. Da un certo punto in poi, avallare questa prospettiva credo sia addirittura pericoloso: si va nella direzione di gettare una sponda alla famigerata vanity press, il che è male. D’altra parte è pur vero che se uno di mestiere fa l’editor deve essere dotato della capacità di sintonizzarsi su frequenze affini alla persona che ha davanti. Ma il punto è che un libro non è uno spartito o almeno non necessariamente deve esserlo: quando si legge, più dell’udito, è la vista interiore ad essere stimolata. L’immaginazione.

Tutto, cioè, bisogna che parta da una voce narrativa chiara; e questo lo capisco. Saperla cogliere al volo vuol anche dire capire che può stare sul mercato sulle sue gambe. Ma vuol dire anche sapere investire su una promessa magari acerba, farla crescere e maturare senza limitarsi a porre tutta l’attenzione su un singolo libro.

Insomma questa intervista è un bell’insight nell’eccellenza del pianeta editoriale italiano. Per anni come questi nei quali un libro qualsiasi che possa contenere un tasso elevato di complessità (cioè senza speranze di vendita immediate) è improbabile che venga preso in carico da un editore. Perchè dopo meno di un mese viene proprio tolto dagli scaffali. E questo è un grave danno per tutti, I presume. In proposito, che sia un bene o che sia un male, si stanno moltiplicando le opportunità per potersi emancipare da strettoie sempre più anguste. Con un pizzico di ironia, si potrebbe aggiungere che la politica culturale sta diventando una cosa troppo seria per farla fare agli editori (o al mercato). Ma, certo, con le dovute eccezioni. Possono esistere luoghi nei quali la Regola passeggia mano nella mano con la Libertà. Non per nulla uno scrittore come Giuseppe Genna saluta così il suo ingresso nelle stanze della lucrosa (secondo Gnoli) aziendina del duo Repetti-Cesari:

Sono felicissimo di annunciare che il Miserabile sottoscritto ha firmato un contratto per due romanzi con Einaudi Stile Libero. E’ un grande onore, per me, essere accolto tra le file einaudiane stileliberiste, dove pubblicano scrittori che storicamente ammiro.

Anche qui si tratta di un’intervista che vale molto la pena di leggere.

E’ senz’altro un grande onore.
Tornando all’intervista a Cesari questa è la chiusura:

Far parte della costellazione Mondadori le crea qualche problema?

Per niente. Lì ci sono fior di professionisti. Come da noi, del resto. Nessun impedimento o intrusione ci sono mai stati. Per il semplice motivo che la nostra autonomia è garantita prima di tutto dalla capacità di ottenere risultati.”

Qualche problema lo crea a me, ma nessuno me lo chiede mai ;-)

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