Autorità e uso della rete

Circola da un bel po’ di tempo nell’etere (dieci anni?) una bellissima intervista al professor Umberto Eco realizzata dalla filosofa, ricercatrice e giornalista Gloria Origgi (che ha anche un bel blog che si chiama Miscellanea) per la Bibliothèque publique d’information – Centre Pompidou. Potenza della rete. L’intervista è davvero molto stimolante per motivi facilmente intuibili ed evidenti: tanto per cominciare a rispondere alle domande è Umberto Eco (probabilmente ;-)) e poi ne scaturisce ciò che si riteneva giusto dire nel 2001 a proposito degli incipienti cambiamenti in ambito editoriale e culturale, dunque è un ottima occasione per verificare ciò che nel frattempo ha funzionato e ciò che non lo ha fatto o lo ha fatto meno. Da un certo punto di vista.

Nel 2001 i libri elettronici (e i device portatili dedicati, gli ebook reader) avevano già manifestato la loro esistenza. Si trattava però di una tecnologia acerba e sulla quale non si era ancora investito a sufficienza. Ma se ne parlava parecchio. E, inoltre, si iniziavano a staccare frutti maturi dalla pianta internettiana: Wikipedia nasceva proprio quell’anno. Questa intervista paga un po’ il fio della forsennata velocità di cambiamento che il settore dell’editoria in particolare, ma tecnologico in generale, ha subito (e sta subendo) nel corso degli anni, non a caso c’è chi parla di rivoluzione che non sappiamo pensare. Quindi alcune conclusioni sulle quali il professore ragiona non sono più sostenibili col (comodissimo) senno di poi. Ma il bello, come dicevo, sta proprio qui. Non so se nel frattempo Eco si sia preoccupato di rettificare, aggiungere, contestualizzare, abbia cambiato idea o altro: semplicemente prendo questa come un occasione per gettare uno sguardo sugli argomenti che si vanno a toccare. Nulla di più.

Va evidenziato che, malgrado l’età, che in ambiti come questo ha il suo peso (credo fosse stato lui stesso a sostenere fra il serio e lo scherzo che uno studioso, passati i cinquant’anni, dovrebbe occuparsi solo di Aristotele), Eco dimostra di muoversi come un pesce nell’acqua quando parla di web e print-on-demand. Un early adopter? In realtà una specie di archeologo concettuale dell’ intelligenza meccanica (Ars Magna, Digitale Gaudium). Chi si fosse dedicato alla lettura del suo Pendolo di Foucault, libro pubblicato nel 1988, lo sa bene e ricorderà senza dubbio (fra le tante) quella scena del romanzo nella quale un personal computer, uno dei primi, viene installato nell’ufficio di Jacopo Belbo, uno dei co-protagonisti della storia, e la vertiginosa discussione-disputa sul nome di Dio che ne scaturisce a colpi di Cabbala e Gematria (che “trova sublimi affinità tra la parola e il suo valore numerico”).

E lo stesso protagonista, Casaubon, in cerca di lavoro nella Milano dei primi anni ’80, decide di inventarsene uno. Farà il motore di ricerca umano:

“Come una specie di piedipiatti del sapere. Invece di ficcare il naso nei bar notturni e nei bordelli, dovevo andare per librerie, biblioteche, corridoi di istituti universitari. E poi, stare nel mio ufficio, i piedi sul tavolo e un bicchiere di carta con whisky portato su in un sacchetto dal droghiere sull’angolo. Uno ti telefona e ti dice: «Sto traducendo un libro e mi imbatto in un certo o certi – Motocallemin. Non riesco a venirne a capo.» Tu non lo sai ma non importa, chiedi due giorni di tempo. Vai a sfogliare qualche schedario in biblioteca, offri una sigaretta al tizio dell’ufficio consulenza, cogli una traccia. La sera inviti un assistente di islamistica al bar, gli paghi una birra, due, quello allenta il controllo, ti dà l’informazione che cerchi, per niente. Poi chiami il cliente: «Dunque, i Motocallemin erano teologi radicali musulmani dei tempi di Avicenna, dicevano che il mondo era, come dire, un pulviscolo di accidenti, e si coagulava in forme solo per un atto istantaneo e provvisorio della volontà divina. Bastava che Dio si distraesse per un momento e l’universo cadeva in pezzi. Pura anarchia di atomi senza senso. Basta? Ci ho lavorato tre giorni, faccia lei.»”

Fra l’altro, ancora adesso, la rete sembra ignorare questi teologi misteriosi; anche Wikipedia tace 🙂 Saranno esistiti davvero? Come posso verificare? Se dovesse trovarsi a passare da queste parti un assistente di islamistica sappia che può contare su una birra pagata indicando una bibliografia cui riferirsi.

Ma, dicevamo, l’intervista che, è bene dirlo, ha per titolo Autori e Autorità.

The gatekeeper
E si parte proprio da lì perché la questione fondamentale su quel che trovo in rete è proprio il principio di autorità: chi mi garantisce che le informazioni che sono riuscito a reperire sono affidabili?  Chi mi garantisce che non sono i deliri di un ragazzo di quattordici anni? Nessuno. E’ il problema del filtro. E il problema conoscitivo del vero e del falso che non riguarda certo solo il web e sul quale mi guardo bene dall’andarmi a impelagare.

Però il problema c’è ed è effettivamente insidiosissimo: non esiste un essere al mondo che sia in possesso di tutti gli strumenti culturali o intellettuali per distinguere ovunque il vero dal verosimile, l’importante dall’irrilevante. La realtà virtuale non potrà mai sfuggire i limiti della vita reale, è banale sottolinearlo.

Non credo sia una coincidenza se, tornando all’Eco romanziere, l’ultima fatica narrativa del professore di Alessandria vada a sollecitare proprio queste suggestioni e con ottimo tempismo rispetto alle faccende di Wikileaks, del resto. Simonino Simonini (il protagonista del romanzo, l’unico personaggio inventato di tutto il libro) è un falsario, uno che per vivere fabbrica documenti fasulli che sembrano veri e li vende. Il cimitero di Praga racconta in quale modo (fantasioso ma non implausibile) siano venuti alla luce i famigerati Protocolli dei Savi anziani di Sion, un conclamato falso storico che sta alla base dell’antisemitismo “scientifico” del ‘900 e che ha condotto ai campi di sterminio nazisti. Non è che l’apice di un “discorso” scellerato vecchio di secoli; tuttavia sempre di un documento falso preso per lungo tempo per buono stiamo parlando.

E sul web? Eco ebbe a dire nel 2001 che l’unica soluzione è che «nascano delle autorità o esterne al web o anche interne al web che, per così dire, facciano un monitoraggio costante di quello che si trova».
Un lavoraccio. Chi lo fa? E poi chi controlla i controllori? Chi mi assicura che non venga privilegiata l’informazione pagata anche se a garanzia dell’apparato operi un prestigioso organismo di monitoraggio Tal dei Tali? In più è pure impossibile.
Un problema irrisolvibile. Dunque?

Forse, a ben riflettere, la soluzione si presenta insieme al problema e, se non altro, internet avrà avuto il merito di porre la questione in termini concreti e quotidiani che riguardano un po’ tutti coloro che si preoccupano di accedere all’informazione con una chiave critica, una specie in crescita. Chi mi dice, allora, che i vari zufolatori del tubo catodico in prima serata (la tv, cos’altro?), con indosso tutti i paramenti dell’autorevolezza mediatica, non mi stiano tirando qualche interessato tranello? O che il quotidiano XYZ non pubblichi le notizie in maniera parziale e reticente, o quel sito non dica fandonie o quel libro non riporti documenti falsi o quel saggio non si spenda in un revisionismo storico da quattro soldi?

Ma, adesso, ho tutti gli strumenti per poter verificare. Ed è plausibile che ne avrò sempre di più con il passare del tempo. Fino a pochi anni fa una approfondita ricerca di archivio era questione da specialisti. Adesso, è faccenda di pochi minuti per chi può contare su una connessione decente. E i dati e le informazioni su uno stesso argomento si vanno ad incrociare da fonti diverse: in questo modo è possibile far emergere una sintesi. Concordo totalmente con il Wall Street Journal (nientedimeno ;-)) che nel rapporto ai lettori del lontano gennaio 1993 ebbe a dire:

“Noi crediamo che i fatti siano fatti… Crediamo perciò che si possa giungere alla verità sovrapponendo fatti a fatti, proprio come nella costruzione delle cattedrali”.

Come principio generale, credo non faccia una piega. La costruzione di una cattedrale reputazione farà poi il resto e non sarà ascritta, ma da confermarsi ogni qual volta, previa lettura ed eventuale verifica. Che si tratti di informazione o di storia o della accuratezza di una recensione. Si può evitare il problema della redazione di un bollettino mensile da parte della comunità dei dotti con la lista dei buoni e dei non buoni. Questa è una di quelle cose che fa una differenza enorme, non so se mi spiego. Certo: la scuola deve funzionare a dovere cioè sempre meglio, le sue risorse le devono essere aumentate e non ridotte, ma questo è un altro discorso.

Il samizdat
Non conoscevo questa parola. Wikipedia dice:

“Samizdat (самиздат) in russo significa “edito in proprio”, e indica un fenomeno spontaneo che esplose in Unione Sovietica e nei paesi sotto la sua influenza (Cecoslovacchia, Polonia, ecc.) tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta.”

Il resto qui. Senza filtro. Si tratta di testi scritti e copiati con mezzi di fortuna (tipicamente macchina per scrivere e carta carbone, ma anche a penna) e distribuiti clandestinamente di mano in mano per aggirare la censura sovietica.
Eco usa questa parola un po’ sinistra per indicare un testo autopubblicato: potrebbe essere un’ottima alternativa al più frivolo Narcissus … 🙂

Un editore è un filtro per eccellenza: mi fido (?) di Mondadori e so che non metterebbe mai in catalogo un libro che sia al di sotto di un certo standard qualitativo. Naturalmente dipende dal tipo di standard :-). Con il web posso autopubblicare un testo e contare su una distribuzione virtualmente planetaria con pochi click saltando così con grande scioltezza una funzione fino ad oggi prerogativa dell’industria editoriale: altro che samizdat copiato al buio. Con gli ebook reader e il valore aggiunto della estrema portabilità e comodità d’uso, la tendenza alla autopubblicazione di saggi, romanzi, blog, giornali, etc… anche a pagamento, crescerà in maniera esponenziale è perfino banale ripeterselo: le invasioni barbariche sono alle porte.

Qui il professore parla proprio di guaio. Poco oltre si lamenta del fatto che andrà a cessare la «funzione orientativa della critica»: chi ci dirà se una poesia è una buona poesia o è paccottiglia?

Purtroppo la critica (almeno quella ufficialmente definita tale) ha cessato da un pezzo di esercitare la funzione orientativa che le è propria per dedicarsi, in alternativa, o ad un mondo tutto suo, autoreferenziale, fatto di nomi carichi di mistero e di misteriose sequenze di parole che si distinguono per il loro carattere di coriaceità. Oppure alla più sfacciata consorteria. Nominare Stephen King, per dire, o un qualsiasi romanzo di genere, è sufficiente per mettere di malumore interi dipartimenti. Comunicazione verticale, dall’alto verso il basso.

Contemporaneamente, però la rete si è dotata in autonomia di strumenti orizzontali che permettono di orientarsi agilmente nel panorama della crescente offerta letteraria e saggistica, più o meno amatoriale, più o meno valida, più o meno in distribuzione: a parlare (o meglio a scriverne) sono gli stessi lettori. GoodReads, Anobii e compagnia stanno cominciando a stravolgere il gusto letterario e non solo quello. Mi ricordo un pezzo molto brillante al riguardo scritto da Nicola Lagioia la cui conclusione merita di essere citata per intero:

“I commentatori italiani di aNobii, al contrario – troppo numerosi per non rompere il recinto di intellettuali, scrittori e aspiranti tali in cui spesso sono chiusi anche i lit blog – sono lettori accaniti e disinteressati, e mostrano di avere attraversato l’intera esperienza di un libro: hanno speso soldi per acquistarlo, e tempo per leggerlo, lo hanno davvero amato o detestato, e spesso con competenza e senza inutili puzze sotto al naso restituiscono una passione e un’intelligenza che risultano contagiose. Motivo per cui preferiscono consigliarsi i libri tra di loro piuttosto che aspettare l’ennesima recensione capace di accostarsi a un libro come a un topo morto. Forse, per una volta, i soloni di cui sopra potrebbero mettersi in discussione davanti a un’esperienza come questa. A meno che non preferiscano morire comodamente sotto il crollo delle torri d’avorio e di risentimento dentro cui si addormentano ogni sera.”

Niente affatto male, direi. Invece nel 2001 Eco, alla domanda su chi filtra il gusto letterario sul web, dice che si tratta di un problema grandissimo, di un qualcosa di estremamente pericoloso, l’instaurazione di un parametro anything goes, che non va affatto bene. Tranne, subito dopo, ammettere che questa incipiente rivoluzione potrebbe significare l’accesso alla «degustazione di un prodotto letterario» per una fascia di pubblico che normalmente, e per innumerevoli motivi, tutti ottimi, ne sarebbe esclusa. Chissà che quest’ultima non abbia poi a crescere in qualità e quantità. Potrebbe essere un vantaggio per tutti. Reading makes a country great. Un altro bel sentiero sul quale incamminarsi col passo del montanaro.

…to be continued.

1 comment for “Autorità e uso della rete

  1. Hersilius Klein
    31 gennaio 2011 at 14:43

    Meglio l’anarchia delle Autorità Garanti, a parer mio, Sir. Gli strumenti che ognuno ha per verificare, come scrivi tu, sono la miglior garanzia cui un individuo possa appellarsi. Soprattutto di questi tempi, soprattutto nel nostro Paese, dove fra libri che scompaiono dalle biblioteche pubbliche e nuovi Indici di autori proibiti strisciano insane tentazioni censorie. Come quella che sta partorendo proprio una delle nostre Autorità. Mi riferisco a quella che dovrebbe occuparsi delle garanzie nelle comunicazioni, l’Agicom, che a quanto pare non ha ancora ben chiaro chi deve garantire. Leggendo il documento sulla tutela del diritto d’autore messo in consultazione pubblica sul sito http://www.agicom.it non è difficile farsi un’idea al riguardo. Senza farla troppo lunga, leggo sul documento che se un sito viola il diritto d’autore, il titolare di tale diritto può ricorrere all’Agicom che obbliga il sito a rimuovere il materiale. Ma se il sito si trova all’estero, dove l’Agicom non può far valere la propria giurisdizione, questa può inibire in Italia l’accesso a quel sito. I promotori di una campagna volta a sventare una simile possibilità citano il caso di You Tube, che a quanto pare ha server in Irlanda. Basta un singolo video, che violi qualche supposto diritto d’autore, per consentire di bloccare gli accessi a tutto il sito dall’Italia. È un caso estremo, siamo d’accordo. E personalmente sono anche d’accordo sul fatto che i diritti d’autore vadano salvaguardati. Ma il dubbio è che simili Autorità ne facciano, per loro natura, un abile pretesto, un’ottima scusa per far fuori siti poco graditi a chi gode delle loro «garanzie». Forse sono andato un po’ fuori tema, ma valeva la pena parlarne.

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