Superzelda

Superzelda è il titolo di un sofisticatissimo libro a fumetti che racconta la vita di Zelda Sayre Fitzgerald, musa e moglie dello scrittore americano Francis Scott Fitzgerald, ma anche icona di una femminilità in evoluzione (pure grazie a lei) nel corso dei ruggenti anni ’20 del XX secolo. Il tutto in equilibrio fra America e Europa, fra Bix e Gertrude Stein, fra storia e leggenda, fra alba del jazz e letteratura.

Gli autori di questa biografia sono Daniele Marotta e Tiziana Lo Porto, il primo si è occupato dei disegni e la seconda delle parole.

E’ qui la scheda del volume sul sito della casa editrice Minimum Fax. Invece qui c’è il portale web marottiano con tanto di blog.

E’ un bellissimo graphic-novel, come si dice da qualche tempo e so che sta andando molto molto bene in libreria: un successo che è un’ottima notizia di per sé visto che si tratta di un oggetto pieno di complessità, finalmente.

E’ un racconto biografico che offre ottima occasione per abbordare tematiche importanti attraverso il linguaggio proprio del fumetto: il rapporto fra arte e vita, il rapporto di coppia fra due spiriti creativi, la realizzazione personale e le scelte da fare, l’instabilità mentale. Ma anche accostarsi a molte delle personalità che con la loro opera o con la loro presenza hanno dato senso ad un epoca, beati loro, effervescente.

L’impostazione della storia è nitida e senza troppe sfumature, molto lineare,  ma in una stessa pagina può capitare di incontrare John Dos Passos, Rebecca West e Carl Van Vechten, cioè non proprio pane quotidiano: sono nomi ardui, presumo, per un americano medio doc della east coast, figuriamoci per una combriccola di provinciali come nos otros italianos ; ebbene, questipersonaggi di contorno (e numerosi altri) si incastrano a meraviglia nella vicenda, ognuno dal suo cammeo, discettando da un altrove che a noi arriva con la stessa naturalezza di una conversazione origliata al bancone del Three Deuces. Uh, quante volte ;)

A me è piaciuto moltissimo, ma il mio giudizio non è proprio imparziale visto che conosco Daniele da una vita ed è uno dei miei amici più cari. Dunque tifo sfegatato e punto. Ma credo comunque di poter dire senza tema di smentita che insieme a Tiziana Lo Porto hanno portato a compimento un lavoro eccellente del quale c’era autentica necessità.

Ho trovato occasione di rifletterci sopra qualche giorno fa leggendo il Fatto Quotidiano, quando mi sono imbattuto in questa recensione di Stefano Feltri, una delle poche (almeno fra quelle che ho letto io) che si cala nello specifico del tratto e delle intenzioni degli autori, seppure con brevità.

Ma che inoltre si tiene a distanza dai toni apologetici e patinati, molto spesso adoperati per riferirsi al personaggio di Zelda Fitzgerald, e scrive che il racconto si sviluppa anche svelando apertamente l’inconsistenza e l’artificiosità dei tanti momenti di euforia rincorsi e il fallimento sostanziale di un’esistenza condotta sfuggendo gli abissi di disperazione e follia costantemente dietro l’angolo.

Ecco:

“In “Superzelda” si racconta quello che c’è oltre le bollicine. Insoddisfatta, depressa, capace solo di un’allegria tanto artificiale quanto etilica, Zelda Sayre (1900-1948) è simbolo di un’epoca folle, della Parigi surrealista e creativa di Dalì come di James Joyce. E Zelda, come il suo tempo, finisce nella tragedia, passando per la follia. Certo, Zelda con le sue bizze e un magnetismo totale fornisce materiale inesauribile per i libri del marito. Ma è fin dall’inizio un personaggio destinato a un fallimento cui si può riconoscere però l’alibi del romanticismo. Tutto “Superzelda” si sviluppa in una bicromia, bianco e azzurro, con i disegni di Marotta spesso sfuggenti, accennati, che lasciano intuire la bellezza e la seduzione di Zelda, pur senza mai rappresentarla in modo didascalico. I due autori potrebbero osare di più nella composizione della tavola, invece si concedono poche variazioni da un’impostazione piana del racconto. Chissà se era il loro intento, ma finiscono per de-mitizzare un’icona (Scott regge meglio), rendendola però più umana. E questo, in fondo, dovrebbe essere lo scopo di ogni biografia.”

Trovo interessante allora girare la domanda indiretta di Stefano Feltri a Daniele e Tiziana per capire se il loro intento (oltre al desiderio di raccontare una bella storia) e stato quello di rendere Zelda Fitzgerald più umana ridimensionandone l’aureola da mito pop.

Anche perché, aggiungo io, raccontare una vicenda e un modello così “contraddittori” e farlo attraverso un medium considerato pop come il fumetto è operazione (qui ed oggi) importante. E’ messa in scena la cronaca di una vita e di una personalità straordinarie (super!) passata da innumerevoli scelte che hanno scandito e formato il carattere di una stagione, non solo di un individuo, a cominciare dai primi acerbi e risoluti tentativi di uscita dagli angusti cliché di genere. E’ il percorso a volte scombussolato di un’esistenza spinta dalla voglia di avventurarsi verso il reame del possibile e del molteplice, ma senza scorciatoie. Incombono tensioni potenti, e nel finale il tema emerge con decisione quando Zelda “si ammala delle sue ossessioni”: la responsabilità di chi rischia e incassa (o paga) in prima persona.

In fondo, quella disegnata è una vita travagliata, che passa dagli agi e dagli eccessi di un’opulenza borghese (guadagnata sul campo) da artista eccentrica e maudit, interprete protagonista di un film vissuto sui ruggenti anni ’20 e artefice di una femminilità diversa e prorompente (vedi il “panegirico delle maschietta”) ma che si conclude con un esito davvero tragico.

Una bellissima storia, insomma. Chapeau! :)

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4 risposte a Superzelda

  1. Daniele Marotta scrive:

    Ciao Massi e ciao a tutti i lettori di Goodthing.
    Ti ringrazio per aver parlato di Superzelda e di aver colto un punto dei più importanti di questo libro: la complessità.
    Non è stato un aspetto studiato a tavolino, la complessità è nata dalla voglia di rendere al meglio la vita di Zelda senza esprimere giudizi e senza sintetizzare troppo i fatti. Noi abbiamo voluto ridare a questo personaggio una luce che credevamo meritasse ed il valore che la storia le aveva un po’ negato, e per farlo abbiamo usato tutti i mezzi a nostra disposizione realizzando di fatto un’opera pop, rispettosa della biografia di Zelda ma per il resto ricca di tutto il nostro immaginario contemporaneo. Raccontare questa vita era il nostro fine e non usare Zelda per esprimere qualcosa sulla condizione umana tragico o comico che sia. Ogni lettore può conoscerla e innamorarsene come è successo a noi oppure trovarla antipatica e non apprezzarne il carattere o le scelte. In questi tre anni di lavoro non mi è mai balenato in mente che ci fossero aspetti fallimentari nella vita di Zelda Fitzgerald, anzi,la nostra eroina per tutta la vita mantiene coerente la propria unicità, con gli stessi elementi sovversivi della realtà, la stessa insofferenza agli stereotipi e una personalità che non smette di provocare, cimentarsi e offrirsi totalmente alla vita perfino dietro le mura delle cliniche psichiatriche.
    In ogni caso ci sono volute centocinquanta pagine per descrivere questo personaggio e il suo rapporto con Scott e il mondo. La complessità di questa vicenda, le contraddizioni e le sfumature effettivamente rendono alla fine questa storia uno specchio in cui tutti in qualche modo ci riflettiamo. E’ stato bello rendersi conto che il fumetto che è storicamente un mezzo sintetico e iconico abitato da caratteri si sia prestato così bene a raccontare una storia complessa e sfaccettata in cui domina l’umanità nelle sue varie declinazioni.

    Daniele Marotta.

  2. Massi scrive:

    Ciao Daniele :)
    Per certi versi questa vicenda mi richiama alla memoria anche la più classica delle biografie dei vari successivi miti del rock: Morrison, Hendrix, Bonham… tutti votati all’eccesso, uccisi chi dalla droga chi dall’alcol e anche loro in qualche modo bandiere di un ribellione umorale e scomposta al perbenismo. Per Zelda l’epilogo è stato scandito dagli stadi avanzati di una grave malattia mentale che, se vogliamo, getta un’ombra anche sulla prima metà della sua vita.

    Io in tutta questa faccenda ci trovo molti elementi di tragico e perfino di letterario che credo voi abbiate reso rappresentando benissimo una fine che sembra uscita dalla penna di uno sceneggiatore hollywoodiano: muore arsa in una pira come nelle storie di streghe (ma, non mi ricordo proprio dove l’ho letto: non era stata lei stessa ad appiccare l’incendio?)

    Stefano Feltri, probabilmente, legge invece la vicenda con la lente dell’economista riconoscendo nei passi di Zelda il medesimo percorso di un’epoca dalla politica economica fallimentare che rovinerà nella Grande Depressione, guarda caso proprio negli stessi anni in cui Mrs Fitzgerald comincerà a patire più seriemente i sintomi delle sua infermità.

    Comunque sia credo che il valore di una storia non sia mai neutro: si esprime sempre un modo di vedere le cose e un punto di vista, non esiste un raccontare asettico. Il mito della “coppia più invidiata d’America” e l’icona sfavillante di Zelda Fitzgerald acquistano più misura su queste pagine per inserirsi in una prospettiva più autentica, il che credo sia un bene dopotutto, no?

  3. daniele marotta scrive:

    Certamente, il nostro taglio è stato proprio quello dell’opera pop, in questi nostri anni: abbiamo parlato di Zelda Fitzgerald col nostro punto di vista, collocato dopo l’età del rock, dopo gli anni ottanta, dopo Zelig di Woody Allen, dopo una vita passata a vedere film, sentire musica e leggere fumetti. Il nostro è stato un linguaggio più che un punto di vista su Zelda, questo ci ha permesso di contaminare tutto tranne che la vicenda biografica che è rimasta integra e ortodossa. Le cose che ha fatto Zelda, il modo in cui viveva, sono stati davvero incredibili ma lei era profondamente umana e sfaccettata come tutti noi. Lavorando sull’impronta pop che l’icona Zelda ha lasciato nel secolo che ci separa da lei abbiamo potuto lasciare integra la sua complessa umanità.
    D.

  4. Massi scrive:

    Dunque il fattore “icona” (e quindi la lontananza, l’astrazione) si è abbassato naturalmente strada facendo o meglio rimanendo fedeli all’arco biografico. Provo un attimo ad allargare il discorso alzando gli occhi dal libro: devo dire che mi rallegrano particolarmente operazioni di questa natura perchè vanno esattamente nella direzione opposta rispetto ad alcune mode recenti; dunque spero che potrai scusarmi se quando sento nominare cose come “impronta pop”, “rilettura in chiave pop” o simili comincio immediatamente ad essere perplesso. Io parlavo di strumento considerato pop come il fumetto. Perchè poi tutti i discorsi sull’attitudine pop di certa offerta sono un terreno scivoloso nel quale non credo valga la pena di confondersi: (quasi) sempre si tratta di “nulla” spacciato per «lettura del contemporaneo etc… ». Un belletto sul commerciale, il che va anche bene ma a patto di saperlo. Una via come un’altra che alcuni molto ben collocati usano per tirare su qualche baiocco extra e che di contenuti semplicemente non ne ha. Solo per fare un esempio questo (che è anche un libro) è uno dei casi più imbarazzanti che mi sia capitato di vedere ultimamente. Perchè poi finisce che qualcuno mette Allevi in cartellone, visto che tutto si equivale. Poi è normale che chi scrive o disegna oggi e ha quarant’anni lo possa fare sotto un quadro che raffigura Lex Luthor appeso alla parete: ogni generazione incorpora miti e storie con le quali si è formata ecco perchè secondo me non è tanto una questione di linguaggio. «Considerate Zelda», avete detto voi: quello che ho trovato confortante e nuovo nella vostra proposta è stata proprio la scelta di un personaggio tutto sommato secondario, del quale si è soliti ricordare solo gli eccessi, le stravaganze o le bizze in quanto altra metà di una coppia celebre, ma che invece ha avuto un suo percorso personale interessante e anche doloroso. Un’opzione di questa natura, normalmente, può venire presa in considerazione da chi ha già una carriera lunga alle spalle, non per esordire perchè, presumo, piena di incognite. Così, quando questa scelta si rivela anche appropriata in termini successo in libreria, lascia buone vibrations. Adesso un bel fumetto biografico su Maxwell Perkins! :)

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