Perché Dostoevskij è un grande scrittore (e Grisham è solo commercio)?

[ «Il cittadino si mette al riparo dal genio adorando le icone»
Edward Dahlberg]

   Ogni tanto conviene farsi domande semplici. Può capitare leggendo un breve saggio di David Foster Wallace contenuto nel suo notevole Considera l’aragosta, che ha per titolo Il Dostoevskij di Joseph Frank (qui). Oggi è più appropriato del solito, soprattutto in considerazione di alcuni recenti (?) sviluppi nel panorama dei blog di argomento letterario, o di vocazione affine, la cui  mission, come diciamo noi bocconiani, appare sempre più ambigua. Anche se la sensazione è che si stia affermando un uso del web che rende indispensabili crescenti dosi di scetticismo.

La rete rigurgita, per dire, di blog dichiaratamente amatoriali, di approfondimento, tecnici, appassionati… che parlano in un certo modo delle meraviglie di questo o quell’oggetto con lo scopo evidente di fare advertising, a volte in maniera scoperta, altre più nascosta e obliqua. Fenomeno arcinoto in ambito giornalistico ma che da tempo si sta comunicando alla blogosfera. Addirittura succede di osservare casi di vocazione commerciale preventiva: con la speranza di attirare i marchi idolatrati nei sogni più sfrenati, su alcuni siti si adoperano toni ammiccanti verso questo o quel brand e la grafica nasce opportunamente ben pre-disposta.

Probabilmente diventa giusto chiedersi se pian piano non si stia assottigliando la necessità di voler distinguere il valore di un oggetto dal suo prezzo. Non ci si preoccupa più di tanto, insomma, di camuffare gli intenti commerciali anche in contesti che si giovano di una affidabilità data per scontata. Ma in fondo, è pur vero che a fare la differenza sarà sempre il peso specifico di una argomentazione, a patto che lo si sappia riconoscere.

Se c’è qualcosa che distingue effettivamente ciò che  ha un significato autentico da ciò che non lo ha, vale comunque la pena di tentare di spiegarlo segnalando inoltre gli strumenti che possono servire a strutturare una propria visione. Allora, per tornare al titolo di questo post, le domande semplici: cosa significa che è molto più appagante leggersi Dostoevskij e non Grisham? Perché il primo è un grande scrittore e il secondo no? Perché l’uno arricchisce e l’altro si accontenta di spillare qualche euro dal più gran numero di borsellini? A questo genere di domande risponde da par suo David Foster Wallace nel breve saggio menzionato e lo fa con un linguaggio immediato, senza affettazioni, per nulla tecnico o inutilmente ricercato.

“[...] Dostoevskij non è soltanto un grande, ma è anche divertente. I suoi romanzi hanno quasi sempre una trama pazzesca, avvincente, intricata e assolutamente drammatica. Ci sono omicidi e tentati omicidi e polizia e lotte intestine in famiglie disastrate e spie, bulli e bellissime peccatrici, untuosi truffatori e malattie logoranti e improvvise eredità e malfattori melliflui e complotti e puttane.

Che Dostoevskij sappia raccontare storie succose non basta di per sé a renderlo grande. Se bastasse, Judith Krantz e John Grisham sarebbero grandi romanzieri, mentre secondo tutti i criteri fuorché quelli più commerciali non sono nemmeno tanto bravi. La cosa principale che impedisce a Krantz e Grisham e a un sacco di altri narratori di essere artisticamente validi è che non hanno il minimo talento (né interesse)  per la caratterizzazione: le loro trame sono popolate da figure bidimensionali rudimentali e poco convincenti. (Per dirla tutta, ci sono anche scrittori che sono bravi a creare personaggi umani complessi e pienamente realizzati ma che sembrano incapaci di inserirli in una trama credibile e interessante. E altri ancora – spesso dell’avanguardia accademica – che non sembrano esperti/interessati né alla trama né ai personaggi, i cui libri dipendono interamente per movimento e attrattiva da progetti rarefatti metaestetici).

Chi si trovasse a passare di da queste parti e avesse in mente il nome di qualche autore in possesso dei titoli per essere incluso nelle due ultime categorie è il benvenuto nello spazio dei commenti. Io un paio di idee ce le avrei, però non le voglio sparare a vanvera.
Dunque DFW prosegue:

   “I personaggi di Dostoevskij hanno questa cosa che sono vivi. E per vivi non intendo solo ben realizzati o sviluppati o «torniti». Il meglio di loro vive dentro di noi, per sempre, una volta che li abbiamo conosciuti. Ricordate l’orgoglioso e patetico Raskolnikov, l’ingenuo Devuškin, la bella e dannata Nastasja di L’idiota [*], il servile Lebyedev e il ragnesco Ippolit dello stesso romanzo; quel cane sciolto di Porfirij Petrovič, l’ingegnoso investigatore di Delitto e castigo (senza il quale probabilmente non esisterebbero romanzi gialli commerciali con sbirri geniali ed eccentrici); Marmeladov, il beone ripugnante e pietoso; o il vanitoso e nobile Aleksej Ivanovič, drogato di roulette, di Il giocatore; le prostitute dal cuore d’oro, Sonja e Liza; la cinica innocenza di Aglaja; o l’incredibile laidezza di Smerdjakov, quel motore vivente di viscido risentimento in cui personalmente riconosco parti di me che a stento riesco a guardare; o gli idealizzati e fin troppo umani Miškin e Aljoša, rispettivamente il Cristo umano condannato e il trionfante bambino-pellegrino. Queste e così tante altre creature di Fëdor Michajlovič Dostoevskij sono vive – mantengono quella che Frank chiama la loro «immensa vitalità» – non perché sono solo tipi o sfaccettature di esseri umani abilmente tratteggiati ma perché, agendo all’interno di trame plausibili e moralmente avvincenti, essi mettono in scena le parti più profonde di tutti gli esseri umani, le parti più conflittuali, più serie – quelle in cui si rischia di più. Inoltre senza mai smettere di essere individui in 3-D, i personaggi di Dostoevskij riescono a impersonare intere ideologie filosofie di vita: Raskolnikov l’egoismo razionale dell’intellighenzia  degli anni Sessanta dell’Ottocento, Miškin l’amore mistico cristiano, l’Uomo del sottosuolo l’influenza del positivismo europeo sul carattere russo, Ippolit la volontà individuale furiosa di fronte all’inevitabilità della morte, Aleksej la perversione dell’orgoglio slavofilo al confronto con la decadenza europea, e così via…

Il punto è che Dostoevskij scriveva romanzi sulla roba che conta davvero. Scriveva storie sull’identità, il valore morale, la morte, la volontà, l’amore sessuale vs. l’amore spirituale, l’avidità, la libertà, l’ossessione, la ragione, la fede, il suicidio. E lo faceva senza mai ridurre i suoi personaggi a semplici portavoce o i suoi libri a trattatelli. Il suo pensiero costante era cosa significa essere umani – ovvero, come si fa a essere una vera persona, una la cui vita sia permeata da valori e principî, piuttosto che un semplice animale dotato di istinto di conservazione e particolarmente scaltro.”

    [*] (… che era, come Caddie di Faulkner, «condannata e lo sapeva», e il cui eroismo consiste nello sfidare altezzosamente una condanna che al tempo stesso dimostra di volere. Fëdor Michajlovič Dostoevskij sembra il primo romanziere a capire quanto sia profondo l’amore di certe persone per la loro stessa sofferenza, come la usino e ne siano dipendenti. In seguito Nietzsche avrebbe preso l’intuizione di Dostoevskij e l’avrebbe posta a fondamento del suo devastante attacco alla cristianità, il che è ironico: nella nostra cultura di «ateismo illuminato» siamo assolutamente figli di Nietzsche, suoi eredi ideologici, e senza Dostoevskij Nietzsche non sarebbe mai esistito, eppure Dostoevskij è uno degli scrittori più profondamente religiosi di tutti i tempi).
 

La solidità di un’argomentazione condotta a dovere, con gli strumenti intellettuali e concettuali adeguati e con la giusta dose di autentico entusiasmo rende il messaggio chiarissimo. Certo: lui è DFW, «lo scrittore più originale degli Stati Uniti, la penna più folle e coraggiosa degli ultimi anni». Ma la direzione che indica è percorribile da chiunque.

Il saggio nasce a sua volta e a suo modo dalla recensione del lavoro di una vita di un meticoloso professore di letteratura comparata delle università di Stanford e Princeton. Si tratta di Joseph Frank il quale ha trascorso i secondi quaranta anni della sua vita ad analizzare minuziosamente tutta la produzione narrativa e la biografia di Fëdor Michajlovič Dostoevskij. Un modo alieno di concepire l’uso del tempo, tanto genuinamente in controtendenza da contenere semi di eversione:

  “[…] devo avvertirvi che le letture di Frank dei romanzi sono estremamente attente e minuziose, in certi casi ai limiti del microscopico, e che questo può risultare in un ritmo lento.”

Tutta questa dedizione si è tradotta in un’opera abbastanza imponente che nel 1996, quando DFW ha dato alle stampe le sue brevi riflessioni, ammontava a quattro libri. Nel 2003 è stato pubblicato il quinto. Non hanno un’edizione italiana e non sono stati tradotti , per quanto ho avuto modo di verificare ( :-) sotto amici editori!). Mi sembra opportuno menzionarli (con tanto di copertina):

The Seeds of Revolt, 1821-1849.

The Years of Ordeal, 1850-1859.

The Stir of Liberation, 1860-1865.

The Miraculous Years, 1865-1871.

The Mantle of the Prophet, 1871-1881.

 

 

E’ del 2009 il bignami, 1000 pagine: 
Dostoevsky: A Writer in His Time.

 

 

Dunque DFW per un paio di mesi, attraverso queste porte ma anche rileggendo qualcuno di quei romanzoni, decide di calarsi in full immersion nell’universo dostoevskiano; in questo viaggio ha avuto modo di maturare numerose considerazioni che andranno a costituire l’ossatura teorica ed esistenziale di questo breve Il Dostoevskij di Joseph Frank. Le varie sezioni del saggio sono scandite da gruppi di domande che lo scrittore pone a se stesso pubblicamente e che evidentemente sono state il frutto prezioso che un’esperienza così consistente gli ha lasciato.

E il culmine viene raggiunto con una riflessione pungente sul mondo della scrittura e sull’attitudine che informa non solo quell’ambito, ma la nostra epoca presa nel suo insieme. In un certo senso e alla luce di quanto poi sarebbe accaduto (è morto nel 2008 suicidandosi), ho trovato questa conclusione non proprio serena, come se DFW sentisse la propria sensibilità presa in ostaggio dalla brutta stagione nella quale gli era capitato di spendere i propri giorni. Non c’è spazio per le cose vere, per le cose serie.

Viene citato un breve passo de L’idiota. A parlare è Ippolit nel corso della sua «spiegazione necessaria»:

   -Chiunque attacchi la carità individuale, – esordii, – attacca anche la natura umana e mostra disprezzo per la dignità personale. Ma l’organizzazione della «carità pubblica» e il problema della libertà individuale sono due questioni distinte, che non si escludono vicendevolmente. La gentilezza individuale resterà sempre, perché è un impulso individuale, l’impulso vivo di una certa personalità di esercitare un’influenza diretta su un’altra… Come puoi prevedere, Bahmutov, che significato avrà tale associazione di una personalità con un’altra sul destino degli associati?

 

“Riuscite a immaginare uno qualsiasi dei nostri più importanti romanzieri permettere a un suo personaggio di dire roba del genere (non, badate, solo come discorso altisonante ipocrita, in modo che qualche ironico protagonista possa sgonfiarlo con uno spillo, ma come parte di un monologo di dieci pagine pronunciato da un uomo che sta cercando di decidere se suicidarsi)? Il motivo per cui non ci riuscite è lo stesso per cui lui non lo farebbe: un romanziere del genere sarebbe, ai nostri occhi, pretenzioso, iperelaborato e ridicolo. Presentare direttamente un discorso del genere in un Romanzo serio di oggi non provocherebbe né scalpore né invettive, ma peggio: un sopracciglio all’insù e un sorriso molto smaliziato. Magari, se l’autore è di quelli grossi, una battutina caustica nel «New Yorker». Il romanziere sarebbe (e questa è l’immagine più fedele dell’inferno visto dalla nostra epoca) subissato di risate.

Così lui – noi, scrittori – non osiamo (non possiamo) tentare di utilizzare l’arte seria per avanzare certe ideologie [*]. Il progetto sarebbe lo stesso del Quixote di Menard. La gente riderebbe oppure si imbarazzerebbe per noi. Una volta assodato questo (perché è un fatto assodato), chi possiamo biasimare per la scarsa serietà della nostra prosa seria? La cultura, quelli che ridono? Ma non riderebbero (non potrebbero) se un brano di prosa appassionatamente morale fosse anche ingegnoso e contagiosamente umano. Ma come si fa a renderlo tale? Dove – per uno scrittore di oggi, persino uno scrittore di talento – trovare il fegato anche solo per provarci? Non esistono né formule né garanzie. Esistono, tuttavia, dei modelli. I libri di Frank ne rappresentano uno, concreto, vivo ed enormemente istruttivo.”

[*] Laddove useremo l’arte, naturalmente e senza esitazione, per parodiare, ridicolizzare, sfatare o criticare le ideologie – ma questo è molto diverso.
 

Un’epoca piccola genera piccoli autori, verrebbe da dire. E’ interessante che, come dice DFW, Dostoevskij abbia a suo tempo incarnato anche una reazione al nichilismo imperante negli anni della sua giovinezza ed è un incantesimo nichilista che aleggia intorno ad una generazione, quella attuale (o almeno quella riferita alla metà degli anni ’90 del xx secolo quando queste note sono state vergate), che “non si consente” di avere passione, convinzione, impegno morale.

“Am I a good person? Deep down, do I even really want to be a good person, or do I only want to seem like a good person so that people (including myself) will approve of me? Is there a difference? How do I ever actually know whether I’m bullshitting myself, morally speaking?”

  “Sono io una brava persona? Nel profondo, voglio poi davvero essere una brava persona, o voglio solo sembrare una brava persona in modo che la gente (incluso me stesso) mi approvi? C’è differenza fra le due cose? Come faccio a sapere davvero se mi sto prendendo per il culo da solo, moralmente parlando?”

edit

04/03/2012 ore 11:30

A proposito di “letteratura”, epoca piccola, brutte stagioni, prassi commerciali e cose serie. Storia esemplare.
http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2012/03/02/di-donne-estorsioni-e-ambienti-letterari/
Io dico che è la stessa partita dello stesso campionato sullo stesso campo da gioco.

Prendo a prestito alcune parole di cybergrrlz, una commentatrice di quel post che, a sua volta, risponde ad un commento efficacissimo di Wu Ming 1 esplicativo di un certo “ambiente”:

“[...]Io continuo ingenuamente a pensare che la cultura debba fare cultura e debba segnare un cambiamento in qualche direzione. così evidentemente non è. e poi ci lamentiamo che le cose vanno male.”

Share
Questa voce è stata pubblicata in commenti, letteratura, Massimiliano Cavallo, segnalazioni e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Perché Dostoevskij è un grande scrittore (e Grisham è solo commercio)?

  1. Sir Robin scrive:

    Per qualche motivo (noto solo a Eru Iluvatar) i commenti a questo post sono risultati chiusi. Me ne scuso, non c’era alcuna intenzione.
    Nel frattempo Lara Manni ha commentato il link apparso in automatico sul suo blog che richiamava questo post, qui:
    http://laramanni.wordpress.com/2012/02/24/gradite-una-tartina-un-libro-un-assegno/#comment-18321

    Per praticità la risposta apparirà qui.
    Copio e incollo il commento menzionato:

    Lara Manni dice:“I commenti al post qui linkato sono chiusi. Dunque, rispondo qui: mi complimento per l’erudizione della disamina. Resta il fatto che mi sembra ingeneroso applicare il pensiero di Foster Wallace ai piccoli tempi e ai “piccoli autori” contemporanei. Il blogging è un fenomeno articolatissimo: e, a mio umile parere, non è solo sugli autori che va gettata l’onta. Ma sul malinteso – e spesso idiota – uso del marketing. Saluti.”

  2. Massi scrive:

    Ma ingeneroso perchè? E poi l’onta… ho indicato una modalità a mio avviso virtuosa di parlare di un libro o di un autore. Che poi è precisamente il tipo di oggetto che mi piacerebbe leggere su un blog (la pubblicità dovrebbe essere altro e abitare altrove). Argomentando e cercando di essere il più possibile consistenti: è bello perchè a,b,c; ci sono riferimenti importanti/interessanti in x,y,z. Nei canali main la logica è commerciale , i rapporti di forza sono altri e l’evidenza viene accordata ad oggetti istantanei. Io continuo a pensare che il blogging possa dare l’opportunità di un approfondimento autentico. E ho detto possa. Credo poi che ogni tanto faccia bene prendersi la briga di ricordarsi (e ricordare) perchè Tizio è grande e Caio è piccolo, motivandolo come ha fatto DFW in questa occasione, senza troppi sofismi. Infine: gli anni che viviamo sono quelli che sono, c’è un colossale problema di etica, i valori promossi indirizzano verso la superficialità, credo di sottolineare un’ovvietà. Ci sono oggi autori in Italia avvicinabili ai grandi del passato e che osano muoversi nel solco indicato dal saggio in oggetto? Sono tutto orecchi.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>