E’ vino. Probabilmente.

Indirizzato da una catena di link mi capita di approdare sul sito web del New Yorker, celeberrimo periodico culturale, e trovare ivi un breve post a tema enologico dal titolo brutale: “Does All Wine Taste The Same?”. Il contenuto desta la mia attenzione. L’articolista si chiede se tutti i vini, in fondo, non abbiano lo stesso sapore. La risposta di costui è sì (in fondo) 1.

Si chiama, l’estensore dell’elaborato, Jonah Lehrer (ultimamente molto chiacchierato) e per dimostrare la sua tesi parte dai risultati di un blind tasting del maggio 1976 dovuto all’iniziativa di tale Steven Spurrier, inglese e mercante di vino, appassionato sostenitore della superiorità dei vini francesi che mai avrebbe ammesso l’eventualità di un vino di Bordeaux peggiore di uno della Napa Valley, California. Ci mancherebbe solo che questi mandriani…

Naturalmente il test, che consiste nel far assaggiare a undici esperti completamente bendati vari Cabernet e Chardonnay per poi votarli utilizzando una scala in ventesimi, lo contraddice in pieno: si impone un vino yankee, lo Stag’s Leap Wine Cellars.

Ma forse che i vini francesi erano stati degustati in maniera impropria poiché troppo poco invecchiati? Il test viene ripetuto anni dopo e di nuovo vince Napa Valley. L’esperimento riscuote un’eco così vasta che, posto che il cuore del mercante inglese e ideatore della tenzone fosse puro ab initio, sortisce un effetto opposto a quello auspicato e legittima su scala mondiale, e da lì in avanti, il vino a stelle e strisce, specie quello californiano.

Una caso che presumo sia arcinoto per chiunque si intenda un poco di questa materia infida e un contest poi divenuto famoso col nome di Giudizio di Paride.

Un’altra competizione simile ha avuto luogo recentemente, lo scorso giugno, e ha visto confrontarsi i migliori vini francesi contro quelli di un’altra regione americana, il New Jersey, costa orientale. Il setting è stato rispettato di nuovo a puntino: etichette altisonanti d’oltralpe come Château Mouton-Rothschild o Château Haut-Brion davanti a Chardonnay provenienti dall’area di Mulica Hill e di Unionville, il tutto alla presenza di nove esperti giudici americani, francesi e belgi rigorosamente all’oscuro delle etichette; il vino versato in calici anonimi. Trapezisti senza rete.

Nel Judgment of Princeton a imporsi sono stati i vini francesi sia bianchi che rossi. Tuttavia i vini statunitensi hanno tenuto botta in maniera talmente dignitosa che la competizione ha donato loro istantaneo spessore internazionale. Cioè tanti soldi.

E’ doveroso aggiungere che il vino del New Jersey si vende a un ventesimo del prezzo di una qualsiasi delle controparti francesi. Ma va anche sottolineata la poca coerenza espressa dai giudici attraverso l’attribuzione delle loro rispettive cifre di valutazione in ventesimi, visto che il Mouton-Rothschild, per esempio, ha avuto una  forbice di valutazione ampia: 11 il valore più basso, 19.5 quello più alto.

C’è chi ha affermato inoltre l’assoluta inconsistenza statistica di un confronto condotto in quei termini tanto che non ci sarebbe nulla di strano se ripetendo il test dovessero andare a vincere i vini della east coast.

Il problema è che giudicare il sapore in maniera oggettiva è un incombenza difficile anche per un professionista dal momento che la valutazione va a basarsi su ordini di differenza così infinitesimali da risultare controversi al massimo grado. Per esempio nella competizione di Princeton i vini risultati vincitori (sia nel campo dei bianchi che in quello dei rossi) erano stati giudicati come i peggiori da almeno uno dei giudici.

E’ questa ambiguità intrinseca che spiega il motivo per cui chi si trova a dover giudicare un vino nella maniera consueta, e cioè al cospetto della sua etichetta, può essere influenzato da quest’ultima in maniera decisiva. Altri esperimenti hanno dimostrato che camuffando di rosso un vino bianco questo viene descritto dall’esperto di turno attraverso una terminologia impropria o, meglio, propria dei vini rossi.

Ancora altri test dimostrano che travisando (oppure travasando) in una bottiglia di gran classe un vino da poco gli aggettivi adoperati dall’intenditore sono convenientemente altisonanti, una volta attivato il protocollo degustativo.

Figuriamoci cosa potrebbe capirne un non esperto. Ecco spiegato il motivo del gran successo editoriale delle valutazioni in centesimi, quelle che hanno trasformato i lettori interessati a quale vino acquistare per non fare una brutta figura (se invitati a cena dalla figlia del re) in altrettanti Billy Beane, l’allenatore di baseball reso noto dal film Moneyball (che merita, sì): reclutava i giocatori della propria squadra basandosi esclusivamente sui numeri statistici delle loro prestazioni prescindendo da tutto il resto: età, salute fisica o mentale, carattere.

Il che però restituisce alla gran massa dei lettori un senso di precisione che è falso perché non esiste: dove sta la differenza fra un Merlot del New Jersey valutato 89 su 100 e un vino di Bordeaux valutato 91 su 100? E quanto vale in termini di soldi una differenza di due punti?  Non saranno solo chiacchiere? Le chiacchiere valgono soldi?

C’è una “morale” neuroscientifica in questa storia? Se questi test hanno qualche cosa da insegnare – dice Lehrer – è che i nostri sensi hanno dei limiti e lavorano più nella direzione della semplificazione che non della complessità; più verso la reductio ad unum che non verso la codificazione pedissequa di un universo composto da un’infinità di mondi possibili o di identità declinate nel segno della molteplicità.

Ci raccontiamo il mondo con il lessico di cui siamo dotati, lo riduciamo alla nostra misura. Io credo che si tratti di quello stesso fenomeno che in psicologia cognitiva viene definito normalizzazione: quando ci mostrano una lettera A capovolta diciamo appunto che si tratta di una A capovolta e non di un segno a sé stante ma sconosciuto per il quale è necessario creare una Nuova Cartella.

Per questo motivo cerchiamo di supplire con la cultura alla vaghezza e ai limiti connaturati ai nostri sensi. Dunque, dice in conclusione il buon (?) Jonah:

«Non è che quelle belle botti francesi di rovere o quelle viti potate con gran cura non contino nulla. E’ che l’etichetta della bottiglia e il prezzo sono spesso più importanti».

Due parole sull’autore dell’articolo qui grossolanamente parafrasato:

Jonah Lehrer pare essere una sorta di divulgatore scientifico americano versato nel campo delle neuroscienze, materia che all’interno dei suoi post opportunamente mescola a potenti dosi di mass culture e letteratura. In USA lui e questa formula hanno avuto un successone; adesso pare non stia passando un gran periodo ma, in fondo, è dura per tutti. Deve la sua fortuna al suo blog: Frontal Cortex [eccolo]. Giovane, l’idea che me ne sono fatto è di una sorta di Oliver Sacks in sedicesimo (per fare a capirsi).

Ripudiato con disprezzo, tuttavia: l’articolo qui menzionato è corredato da una serie di correzioni in bella mostra a fondo pagina a loro modo divertenti vergate da un redattore del New Yorker che, a mio avviso, mostrano anche un poco di stizza nei confronti dello sfortunato autore. Sembra che poco manchi all’aver scritto: «Quel fesso aveva indicato il prezzo dell’Heritage BDX a 35 dollari quando invece  ne costa 70, si sa. Naturalmente ho corretto» 🙂

Per soprammercato in testa all’articolo ci si rammarica del fatto che parti del medesimo siano parafrasi di una altro elaborato apparso nell’aprile 2011 sulle pagine di Wired.com ad opera sempre del buon (?) Jonah. Il titolo, in quell’occorrenza, è “Should We Buy Expensive Wine?” (qui). WTF!

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  1.  Articolo, mi accorgo in zona Cesarini, fortunatissimo (qui, qui, qui). Tant’è  (« …et io che sono? Non le hai viste le schiere mie?»); lo propongo ugualmente visto che capita a proposito: da tempo ero in cerca di un occasione per avviare un discorso su questi versanti

3 comments for “E’ vino. Probabilmente.

  1. E. Del Colombiere
    9 aprile 2013 at 21:33

    Un post come questo offre a un appassionato di vino molti spunti interessanti. Per non disperdere energie vorrei, almeno in prima battuta, concentrare l’attenzione solo su quanto segue.
    Capisco il fascino, il richiamo che un articolo come questo può esercitare, specialmente su chi è al di fuori del mondo del vino e sia incuriosito, e magari anche infastidito, da tutto il parlare che di vino si fa.
    Tuttavia un simile approccio, a meno di non ridimensionarlo a mera provocazione, mi fa venire in mente le dispute medievali, in cui si tentava di risolvere per via teologica problemi che avevano natura scientifica o di altro tipo.
    La questione è molto semplice: esistono, e sempre esisteranno, vini buoni e vini cattivi; i punteggi attribuiti dai degustatori, e le guide che li raccolgono, servono ad indicare al bevitore quelli migliori, che eventualmente comprerà. Non si tratta di un esperimento scientifico. I comportamenti dei diversi soggetti che partecipano a questa piccola, temporanea società sono governati da regole di tipo culturale: si scelgono i degustatori (e dunque le guide, o i siti, o i blog) non in base alla qualità oggettiva dei loro palati – che pure si immaginano tutti, quantomeno, “educati”- ma in base al loro retroterra, alle loro attitudini, ai loro orientamenti, che collimino il più possibile con i propri, e quindi siano utili. E infatti anche da questa parte ci sono persone, con storie, gusti, tradizioni e così via.
    Quanto all’ipotesi, pretesa come inficiante, che si manifestino delle “forbici” anche sensibili nelle valutazioni di un vino, è vero che essa si verifica, ma nel caso i gruppi, almeno quelli seri, ripetono la degustazione e, se le divergenze continuano, ne riferiscono nei loro resoconti, magari cercando di spiegare i punti su cui si sono divisi, e offrendo comunque informazioni fruibili.
    Ancora peggio, al fallimento dell’esperimento, anziché l’ammissione della sconfitta, segue il corollario: che, data la dimostrata impossibilità di classificare il liquido in sé, per comprendere il comportamento dei bevitori ci si deva basare sull’etichetta o, addirittura sul prezzo al contrario (nota: non si sta parlando di consumo “vebleniano”); non la voglio tirar giù pesante, ma questa è pura ideologia reazionaria, per la quale dove non c’è la scienza c’è il mercato (ovvero: l’uomo o è animale o è consumatore), tertium, la civiltà, non datur.

  2. 10 aprile 2013 at 10:51

    Al contrario caro Del Colombiere 🙂 Scaglia pure i tuoi carichi da undici, chè qui ce li palleggiamo l’un l’altro come Asterix e Obelix usano fare con blocchi di pietra delle piramidi.

    Dico: d’altra parte stiamo parlando di modi amerikeni e quelli, si sa, non è che vadano troppo per il sottile: sono amerikeni.

    Tuttavia credo di poter dire che l’articolo qui sopra evidenzia alcuni elementi di interesse. Non fosse altro per cercare di decifrare l’aria che tira.

    E’ andata davvero così la Storia? E’ plausibile pensare che l’industria enologica a stelle e strisce si sia affacciata con un certo qual grado di qualità e autorevolezza sulla platea (e sul mercato) internazionale (in Europa, in primis) in seguito a espedienti del tipo menzionato?

    Chi produceva vino in America non soffriva, in un certo modo, di un blasone mutilo? Ne soffre ancora? Quanto costa la nobiltà di spada?

    In fondo il metodo che si legge in filigrana pare essere efficace e sempre quello: la si butta in caciara e poi ci si erge a paladini della risoluzione definitiva vantando la padronanza di tecniche talmente raffinate e incontrovertibili da essere proprie dell’arte chirurgica. Una bella scala in centesimi, per dire e un apparato editoriale adeguato a supporto per propagare la buona novella.

    E dove c’era il Caos ora regna l’Ordine. Any better?

  3. Michele
    23 aprile 2013 at 20:16

    Mi piacerebbe sviluppare questo discorso in maniera più articolata, portandolo un po’ da un’altra parte; siccome però non trovo mai il tempo, mi limito per ora a questo post, che secondo me risponde bene alla tua ultima domanda.
    Riporto infra un passo di Daniele Cernilli tratto dal libro “Memorie di un assaggiatore di vini” (Einaudi, 2006).
    (Spero che i link mi vengano cliccabili)
    http://it.wikipedia.org/wiki/Daniele_Cernilli è espertissimo di vino e uomo molto importante dell’enomondo italiano. Discusso, senza entrare neanche di sguincio in vicende che non mi competono, semmai per essere parte dell’establishment, non certo per essere un pericoloso incendiario http://www.intravino.com/primo-piano/sangiorgi-vs-gambero-rosso-la-sentenza-dappello-e-le-battute-di-daniele-cernilli/.
    Alla fine del suo interessante libro Cernilli elenca i 12 vini “da portare sull’arca”, cioè i migliori di tutti. Proprio l’ultimo è questo:

    “NAPA VALLEY OPUS ONE. Certo che mettere sull’arca il californiano Opus One e non mettere lo Chateau Mouton-Rothschild potrebbe sembrare una mancanza di rispetto. Però se preferisco mettere il vino della dépendance americana della famiglia Rotschild una ragione c’è. L’Opus One che è stato, come ho raccontato altrove, il frutto di una joint-venture tra Robert Mondavi e Philippe, poi sua figlia Philippine de Rothschild, ha segnato l’ingresso della California nel novero delle grandi regioni del vino, nella top class del mondo vitivinicolo mondiale”

    Per chi non lo sapesse, l’Opus One è il più famoso vino californiano e statunitense, Robert Mondavi è colui che ha fondato, alla metà degli anni 60, il moderno vino californiano (nota: la sua winery è stata acquisita, nel 2004, dalla Constellation Brands, una company che possiede varie e importanti case vinicole in tutto il mondo, oltre a vodke, whisky, e, ad es., la Corona), Mouton-Rotschild, lo ricordate, uno degli “sconfitti” della disfida del 1976.

    Credo che il brano renda al meglio l’idea di quali siano gli interessi in campo.
    Non si deve però commettere l’errore di confondere il mondo e la cultura del vino con quello delle griffe e dei marchi. Ma questo è un altro discorso…

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