«Zona d’ombra», quasi una presentazione

ZO copertinaUn pesce nato e cresciuto all’interno di un acquario capisce di essere in un acquario? E se un giorno se lo chiedesse? Se un giorno iniziasse a interrogarsi sui confini delle proprie scelte?

Diciamo che se questa fosse una presentazione tradizionale, con la pila di libri e tutto il resto, partirei da qui: la metafora di un acquario. Mi piace. Mi ricorda una canzone dei Pink Floyd. Allora, parto da qui lo stesso, anche se questa non è una presentazione tradizionale, prima di tutto perché non è possibile impilare un libro digitale ed esporlo rivolto alle poltroncine. È una quasi presentazione, nel senso che mi metto qui a parlare del mio libro, di cui dopo tre mesi di Amazon sta per uscire anche la versione ePub, nel tentativo di dire qualcosa che interessi qualcuno. Di raccontare un po’ come è nata l’idea, di accennare all’argomento (la sinossi più dettagliata la trovate qui, insieme ai commenti dei lettori), di fare quello che ogni presentazione vuole fare: incuriosirvi al punto di passare al banco e prenderne una copia. Il banco, in questo caso, è sempre qui.

Dicevamo, l’acquario.

L’idea iniziale di Zona d’ombra era essenzialmente un giallo, l’indagine di un giornalista sulla morte di un discusso uomo politico, capo di un movimento irredentista che basa il proprio progetto sull’idea di una Repubblica Federale del Triveneto. Lavorando al soggetto, però, la storia si è ampliata. Ipotizzando l’esistenza di un limite oltre il quale il Paese non potesse andare, un limite che passasse anche dalla necessità di mantenere una direzione centrista perché più facile da controllare rispetto a un quadro geopolitico complesso fatto di autonomie locali (per averne conferme basta pensare all’area italica in periodo preunitario), lentamente il progetto criminale ha preso forma, ha assunto un senso, si è definito in una visione politica.

Era il momento di spiccare il volo. Il momento del salto, quello in cui, nello sviluppare una trama di fiction, si passa da un contesto reale a una trama inventata. Il salto era quello: un complotto.

City_in_Fishbowl

We’re just two lost souls swimming in a fish bowl

La teoria del complotto è forse uno dei voli più pericolosi da compiere in termini di fiction. Ma, mi sono detto, in una repubblica la cui storia inizia con una strage (Portella della Ginestra) e prosegue attraverso fatti mai chiariti, oscure connivenze tra servizi segreti e gruppi eversivi (e giornalisti), bombe in cerca d’autore (per dirla alla De Gregori), verità sussurrate e mai palesate in cui, per usare le parole del giudice Ferdinando Imposimato nel suo La Repubblica delle stragi impunite, «i fatti, valutati nel loro insieme hanno portato se non alla certezza – impossibile – almeno a una verità probabile», in un Paese di questo tipo, mi sono chiesto, in cui per molti anni la strategia della tensione ha lavorato per imporre una scelta politica conservatrice (in una fase storica in cui sembrava esistere una visione alternativa al liberismo), un Paese in cui oggi i principali media si accusano reciprocamente di essere ammaestrati dal potere e sacrificare il loro ruolo agli interessi dei rispettivi padroni, un Paese bloccato in un sistema politico che esprime un’unica visione del mondo (nei momenti più critici spacciata per «scelta tecnica») e che dà sempre più l’impressione di essere radiocomandato da un’altrove mai resosi esplicito, in un luogo di questo tipo, insomma, l’ipotesi che quel complotto ci fosse stato era davvero un «salto» così improponibile?

Ed è su questa linea di riflessione che il discorso si è esteso. Perché se la teoria del complotto, di una democrazia interrotta, era accettabile per l’omicidio di un leader politico mascherato da incidente stradale (ce lo ricordiamo Haider? Gli aspetti poco chiari della sua morte e le innumerevoli dietrologie che ne seguirono?) allora il «piano» era accettabile per tutto il resto. Per ricomporre una serie di interrogativi rimasti insoluti in una teoria che rappresentasse quella «verità probabile», che fornisse finalmente le prove mancanti all’«io so».

Che raccontasse il confine dell’acquario.

Di qui l’idea di sviluppare Zona d’ombra su due filoni narrativi, quello del giornalista che indaga sulla morte del leader separatista e quello di un’organizzazione clandestina che rappresenta il punto esatto in cui la storia ufficiale si interrompe: il collegamento tra gruppi eversivi e servizi segreti deviati: il cuore oscuro del Grande Complotto. Due storie, complementari, che viaggiano in senso opposto ma in direzione del medesimo punto: il momento esatto in cui si incontrano.

teoria-complotto

La storia del giornalista viaggia a ritroso (tipico del giallo) cercando di ricostruire un omicidio che nessun media, a quanto pare, ha voluto vedere. La storia della Divisione viaggia in avanti, partendo da Portella della Ginestra (atto fondante di una repubblica a democrazia limitata) fino a quello stesso omicidio, ma abbracciando oltre sessant’anni di storia procede con una progressione accelerata, percorrendo epoche diverse, passando da un decennio all’altro. E il punto esatto in cui quelle due storie si incontrano, la vera e propria Zona d’ombra, è diventato un terzo filone narrativo, un non-tempo costruito in flash forward in cui il registro utilizzato per il racconto trasporta i protagonisti di un filone nel clima dell’altro, uniformandone la velocità. Il risultato è un puzzle che si ricompone soltanto alla fine del romanzo.

Tutto l’opposto di una narrazione lineare, insomma. Come del resto confermano alcuni dei commenti ricevuti su Amazon: l’inizio è disorientante. Ma l’effetto è voluto. Un racconto di questo tipo deve mettere in crisi il lettore, perché deve da subito pretendere la sua attenzione. Chi non gliela concede annaspa, si perde. È come dire: seguimi attentamente, vedrai che alla fine della storia capirai tutto.

Era chiaro da subito, però, che una scelta del genere difficilmente avrebbe trovato spazio in un quadro editoriale che punta invece, soprattutto nei generi giallo-thriller ritenuti i più «popolari», a narrazioni più lineari e senza troppi cambi di soggettiva. Per cui, in un certo senso, la scelta di andare verso un’autoproduzione è maturata già nel corso dei lavori.

Parlo di autoproduzione e non di autopubblicazione. Mi spiego. La pubblicazione è soltanto l’atto finale di un lavoro editoriale. Quello che oggi il digitale consente è prendere un libro e metterlo a disposizione di chiunque voglia leggerlo. Ma tra la fine della stesura del libro e il momento della sua pubblicazione c’è una fase complessa, che se fossimo nel cinema chiameremmo post-produzione e che in editoria di solito chiamiamo editing. È il lavoro editoriale vero e proprio, quello che un tempo facevano gli editori dialogando con gli autori, aiutandoli in quel complesso esercizio che è il tentativo di guardare la propria opera da un punto di vista diverso dal proprio. È un errore grave convincersi che tutti questi passaggi non siano necessari, soprattutto per un libro che poi sarà autopubblicato. Non avendo un editore ho dovuto provvedere in altro modo. Ne ho scelto uno molto simile a quello utilizzato in informatica per i programmi (anche i giochi): realizzare una versione beta da affidare a un gruppo di beta tester (chiamiamoli beta reader), ognuno dei quali avesse maturato un suo rapporto con l’editoria e più in generale con la narrativa, e affidare a questo gruppo il ruolo che in un contesto tradizionale avrebbe avuto il mio editore, fino alla correzione delle bozze. L’esperienza di Goodthing ha avuto un ruolo importante in questo senso, grazie anche alla partecipazione dell’intera congrega a questo gruppo di lavoro (gli altri potrete trovarli qui). Portare Zona d’ombra dalla sua versione «beta» a quella definitiva è stato un lavoro di scrittura e riscrittura complesso tanto quanto quello di progettazione e stesura del romanzo. Un lavoro corale, al contrario di quanto si potrebbe ritenere per un lavoro autoprodotto: un percorso che mi ha consentito di crescere, spero. Ed è anche il motivo per cui il nome del mio blog Tannhauser, attorno al quale l’intera vicenda si è sviluppata, figura sulla copertina del romanzo nel posto in cui di solito è indicato l’editore. E veniamo, alla fine, alla pubblicazione.

stamperia-nel-rinascimento

Il romanzo è uscito per il Kindle Direct Publishing il 18 dicembre 2012. In tre mesi ha raggiunto le tremila copie. Adesso è pronto per uscire anche in versione ePub, attraverso la piattaforma Narcissus di Sbf. Per un certo periodo sono stato primo nella classifica dedicata a gialli e thriller di Amazon, il che vuol dire che il mio libro, in quel periodo (chiariamo: per il lancio lo avevo fissato a 0,99 euro), ha venduto (su Amazon) più di Grisham: un risultato impensabile per un’autoproduzione nel mondo dell’editoria tradizionale.

Nonostante la totale assenza di qualsiasi tipo di presentazione (questo post vorrebbe in qualche modo porvi rimedio) il feedback è stato ottimo. A parte le recensioni pubblicate sulla pagina di Amazon e su alcuni blog (grazie a tutti), ho avuto contatti su Facebook, su Twitter e via email con lettori che hanno apprezzato il romanzo e tra i quali c’è stato anche chi si è proposto come beta reader per il prossimo (proposta accolta dal sottoscritto con sommo entusiasmo!). Tra gli altri mi ha contattato anche un editore. Vedremo. Per quanto mi riguarda, ho recuperato i diritti di un romanzo che doveva uscire per un editore di Milano e che invece adesso prenderà la via dell’autoproduzione. Si tratta di un giallo storico, ambientato all’alba dell’industria del libro.

Questo è il mio nuovo inizio.

2 comments for “«Zona d’ombra», quasi una presentazione

Rispondi