Have problems

Giuseppe Granieri è un bravissimo giornalista, ha un blog personale seguitissimo sul quotidiano La Stampa e si occupa di editoria elettronica. Se ne occupa del resto non solo nella teoria ma anche nella pratica: ha da tempo messo a frutto il know-how accumulato creando l’etichetta editoriale 40kBooks, fra le più interessanti e vivaci in Italia.

Grazie alla sua rubrica – imprescindibile – ho potuto conoscere i nomi e gli articoli dei più importanti e intelligenti analisti di quel versante della parola scritta che usa i bit al posto della carta. Clay Shirky è uno di costoro e, se non erro, scrive sul Guardian (lo fa: ecco). Calotta cranica da tenere d’occhio, a proposito degli scenari in oggetto, ebbe a dire con una sintesi fulminante quanto efficace che:

Guru

“Pubblicare, ormai, è soltanto il pulsante Publish”.

 

Gli editori non servono più: qui. Tutto cambia, tutto scorre.

Citando un’altro guru del settore e cioè Mike Shatzkin, Granieri, in questo bell’articolo, suona anche la marcia funebre per la figura del libraio e argomenta che:

Giuseppe Granieri“Era un mestiere, una volta, quello dell’editore e quello del libraio, che richiedeva le competenze per «riuscire a portare i libri sugli scaffali». C’erano dei requisiti minimi per essere un editore. «Se li avevi», argomenta Shatzkin, «potevi essere bravo a selezionare i titoli, avere la capacità di farne un bel prodotto e gestire tutte le attività necessarie per portarli al pubblico».

Con tutto il ritardo accumulato in anni di impaurito quanto interessato immobilismo anche il mondo editoriale italiano pare (e dico pare) elargire segnali di riluttante iniziativa. A tutto beneficio della salutare circolazione della parola scritta, in my humblin’ opinion.

L’ebook sta insomma entrando con fatica nel quotidiano vivere e forse non è lontano il giorno in cui sarà chiara a tutti la differenza sostanziale che c’è fra un ebook reader e un tablet che è come dire fra un Kindle e un iPad.

Riflettere.

7 comments for “Have problems

  1. 28 marzo 2013 at 21:07

    Il digitale ha liberato energie e ha smosso le acque, ha consentito la nascita di un contesto di editoria indipendente che può, finalmente, affermarsi svincolandosi da quelle logiche distributive che ne hanno da sempre limitato le potenzialità.

    Il self publishing ne è forse l’espressione più estrema, che ha posto al centro del sistema la figura dell’autore, attorno al quale il ruolo dell’editore deve ricomporsi in un assetto completamente nuovo. Perché la pubblicazione è solo l’ultimo atto di un percorso che ha ancora bisogno di un lavoro editoriale alle spalle.

    In questo scenario l’editore può muoversi verso un modello “piattaforma” che gestisce servizi per gli autori, ovviamente mantenendo la capacità di selezionarli secondo i criteri editoriali che ne definiscono l’identità. Non si tratta, quindi, soltanto di trasportare nel digitale pratiche editoriali consolidate, ma di appropriarsi di strumenti diversi e di conoscenze, anche tecnologiche, diverse. Ed è qui, purtroppo, che il nostro panorama è in ritardo.

  2. 29 marzo 2013 at 09:32

    Come ha già ben sintetizzato RIccardo: Amazon non va a sostituire l’editore.
    L’autore, semmai, potrebbe.
    L’editore, come è giusto, cambia un po’ ruolo e deve riuscire ad averne le capacità: varrà pure qualcosa il fatto che il libro in vetrina (digitale, ci mancherebbe) sia marcato Einaudi, Stampa Alternativa o Mario Rossi. Senza contare recensioni, promozione e quant’altro, basta pensare alla musica.
    Pensando alla musica, però, viene in mente che un parallelo, un po’ diverso per questioni anagrafiche, esiste con il periodo delle etichette e distributori indipendenti (Inghilterra, punk e dintorni).
    Il dato è che quella realtà, altrettanto rivoluzionaria negli intenti e nei modi, ha sicuramente portato alla luce autori, buoni o cattivi non ci riguarda, che non avrebbero probabilmente trovato altra via, ma, di fatto, non ha affossato le major.

  3. emissario del colombiere
    29 marzo 2013 at 13:02

    Di sicuro la prima reazione di un non-e lettore quale io sono, di fronte alla situazione, alla trasformazione descritta è il desiderio di aggiornarsi e di maneggiare i nuovi strumenti per capire quello che sta accadendo, e insieme una sorta di intima soddisfazione nel vedere che qualcosa si muove, che la rendita di posizione del vecchio tipo di editore è esaurita, che si aprono possibilità di pubblicare per autori che altrimenti avrebbero avuto chiuse le strade.
    Mi domando, e domando a voi, come nel complesso dei mutamenti in atto si possano cogliere opportunità per ridisegnare percorsi culturali collettivi, per trovare riferimenti e luoghi in cui sia prodotto un senso e vi sia la possibilità di mettere a sistema idee ecc. insieme con altre persone. Nelle case editrici, e più in generale nella nostra società, questi riferimenti mancano da ben prima della rivoluzione informatica-internet.
    Qui mi fermo perché non vorrei allargarmi troppo.

  4. 2 aprile 2013 at 05:33

    Prima di aggiungere il mio commento vorrei indirizzare il cono di luce su questo articolo di Repubblica:
    http://www.repubblica.it/tecnologia/2013/04/02/news/ebook_usati-55770740/?ref=HRERO-1

    perchè mi sono chiesto (e dunque rimetto anche a voi la domanda) il senso ultimo del concetto di ebook di seconda mano. A prescindere dal versante commerciale pare non averne molto.

    Amazon comunque sta diventando una soggettività ogni giorno più ingombrante e questo è un elemento da non sottovalutare per niente.

  5. 2 aprile 2013 at 22:14

    Anche io, caro emissario (ma il titolare era occupato, per caso?) credo molto nei percorsi collettivi. Questo in cui ci troviamo, per dire, ambirebbe ad esserlo in maniera molto pronunciata e proprio nella direzione della ricerca e produzione – in un senso molto lato – di senso.

    Il digitale in ambito editoriale ha senza dubbio liberato energie e aperto qualche possibilità in più. Nel breve periodo se non altro, facendo un piccolo inciso sul self-publishing, mi auguro che allontani il più possibile gli aspiranti scrittori dagli editori a pagamento. Ne esistono a migliaia di questi ultimi e prosperano sulla frustrazione di un numero esorbitante di ‘incompresi’ cui spillare quattrini. Eco ne scrisse un ritratto memorabile su uno dei suoi romanzi: era l’88, molto prima della rivoluzione informatica-internet di massa.

    Prescindendo da questo, il mio modesto avviso in tutta questa faccenda è che la parola scritta non è mai stata più a buon mercato di oggi e questo è un elemento che può fare una grossa differenza; anzi probabilmente la sta già facendo. E’ tutta salute. Sul lungo periodo può significare la disponibilità per chiunque a costi bassissimi di tutto quanto è stato prodotto in termini di pensiero, di ricerca, di elaborazione, di creatività… visto che, si sa, il pensiero si declina attraverso le parole.

    Il libro di carta in fondo non è che una tecnologia efficace per trasmettere le lettere dell’alfabeto ma oggi sta diventando sempre meno efficiente. Il che non vuol dire che andrà a sparire. In fondo articoli come quello menzionato nel post qui sopra non sono altro che un invito ad avere il coraggio di abbandonare, o al più riconsiderare, i paradigmi che sono andati bene (ma per chi?) fino ad oggi. L’errore da evitare, cioè, è quello di pensare il digitale editoriale con le categorie del cartaceo editoriale: copia, pubblico, distribuzione… e prezzo.

    Solo per fare un piccolo esempio: qualche giorno fa mi è capitato di leggere un’intervista molto stimolante rispetto di un libro di Mimmo Franzinelli che si intitola “Il prigioniero di Salò. Mussolini e la tragedia italiana del 1943-1945”. Su Twitter, con un poco di sarcasmo, ho scritto che storicizzare e demitizzare in chiave antifascista ormai è roba da ricconi dal momento che il libro (202 pagine) è prezzato 19 euro. Di questi tempi. E l’ebook 9.99. Non so se mi spiego.

    Certo: prezzo in linea con l’offerta, ma il punto non è questo. Il punto è l’oggetto del libro che è uno strumento di crescita civile importante senza il quale si è meno consapevoli della complicata realtà con la quale tocca confrontarci.

    Detto questo lo spazio per la figura dell’editore credo che continui (e continuerà) ad esserci ad abundantiam: Shirky scrive di bisogno disperato di editing, per dire. Ma infine, da che mondo è mondo, l’editore non è sempre stato quello che ci metteva i soldi se e quando credeva fosse il caso? Ecco un ottimo metodo per smascherare i cialtroni 🙂

  6. 3 aprile 2013 at 12:06

    Premetto che in questo momento la mia è più una necessità di capire che di esprimere un giudizio, dato che del contenuto di questo brevetto sugli ebook usati se ne sa ancora poco. Comunque, ammesso che per i lettori potrebbe essere (nell’immediato) una buona notizia, dato che avrebbero la possibilità di rivendere il libro letto e quindi comprarne un altro, l’aspetto da risolvere è quello sui diritti. Mi spiego. Vendere un ebook usato vuol dire venderne la licenza. Non si tratterebbe, quindi, se ho capito bene, di un numero illimitato di download messo a disposizione dal distributore come avviene per i normali ebook, ma di un numero di download limitato al numero di licenze rimesse in vendita dai lettori. Però, proprio perché parliamo di licenze già acquistate, non sarebbe compreso nel prezzo alcun riconoscimento dei diritti né all’autore né all’editore. Di fatto, se così fosse, Amazon e Apple avrebbero trovato il modo di creare un mercato librario alternativo che, tagliando fuori autori e editori, andrebbe a tutto vantaggio dei distributori. E siccome un “usato digitale” non è logorato come avviene per la carta, ma è in tutto e per tutto una copia uguale all’originale, ovvio che le licenze usate, che costerebbero meno (non dovendo pagare diritti d’autore), finirebbero con l’essere preferite nell’acquisto rispetto all’originale. In pratica si aprirebbe la possibilità di commercializzare opere senza pagare diritti di sfruttamento. Per due colossi della distribuzione sarebbe una svolta epocale. Lo scenario potrebbe tradursi in un programma al quale il lettore può aderire e attraverso il quale il libro che ha acquistato viene poi rimesso in vendita una volta finito di leggere con un accredito sul proprio conto. Con questo sistema lo store si garantirebbe un sostanzioso mercato parallelo nel quale anche titoli tenuti dagli editori a prezzi alti (magari qualche ghiotta novità che di solito ha lo scopo di ripagare i prezzi bassi degli altri titoli) potrebbero circolare a prezzi decisamente ridotti perché non comprensivi di diritti d’autore. L’aspetto deprimente della vicenda è che mentre i colossi della distribuzione digitale si preparano a questa mossa (ma ripeto che il tutto è frutto più di un mio tentativo di capire che di notizie fondate) gli editori continuano a parlare dell’odore della carta, il legislatore è impegnato a stabilire qual è lo sconto massimo applicabile ai libri di carta e i distributori digitali che dovrebbe fare concorrenza ad Amazon sono schiacciati dalla demenziale politica dei drm (voluti dagli editori di carta) e dall’Iva, che per un loro ebook è al 21 per cento perché i libri digitali non sono assimilati a quelli di carta (che pagano il 4 per cento), pur essendo identificati dal codice di identificazione libraria Isbn, ma sono considerati a fini fiscali dei software, mentre per gli stessi ebook Amazon (che ha i server in Lussemburgo) paga il 3 per cento. Lo dico da utente di Kindle e self publisher che ha avuto grazie ad Amazon la possibilità di essere letto da un buon numero di persone (lo specifico non per boria, ma per trasparenza del ragionamento): il vero problema è un’editoria impreparata a quello che sta accadendo, che non vuole mettere in discussione rendite che si ostina erroneamente a percepire come garantite, e un contesto politico che nella sua arretratezza non è in grado di gestire questo passaggio (o non vuole farlo) e lo affida totalmente al mercato. Del resto, la stessa Unione europea ha accusato la Francia di concorrenza sleale perché ha assimilato l’imposta sugli ebook a quella dei libri di carta (portando entrambe al 7 per cento), sanzionando di fatto una decisione che, al contrario, avrebbe dovuto essere di esempio.

  7. 3 aprile 2013 at 22:21

    Bella roba davvero. Le mie stanche sinapsi mi suggeriscono due cose subito prima delle coltri: la prima è una frase di Samuel Bellamy che ricordo di aver letto sulla copertina di un disco (era ancora un 33 giri) di Fabrizio De Andrè:

    “…io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare.”

    La seconda è più un proposito: devo proprio buttar giù qualche riga su un libro di Alberto Prunetti che ho letto da poco. Si chiama “Potassa” e parla di anarchici maremmani intorno agli anni ’20 del novecento.

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