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Volevo dire una cosa che credo importante. Spesso, specie nelle ultime settimane, capita di sentir dire o di leggere che la tanto millantata democrazia della Grecia antica sia in realtà un mito che non si è mai storicamente prodotto e che pertanto la retorica celebrativa del civismo in età classica che ad alcuni piace tanto sbandierare non ha poi così senso. Questo principalmente a causa della presenza, a quei tempi, dell’istituto della schiavitù che vedeva una stragrande maggiornaza di esseri umani sottoposta ad un piccolo gruppo sociale egemone: ricco, potente e ben distinto.

Ma anche per metodi americani di gestione delle relazioni fra città-stato e comunità che si consideravano quanto di più evoluto ci fosse. Le rispettive rappresentanze si servivano di modalità piuttosto sbrigative di risoluzione delle controversie, diciamo così. Nonché altri vari ammennicoli. Dunque: a che titolo? Tutte cose verissime. Il punto, come spesso capita, è un altro.

E’ che fu proprio nella Grecia antica che furono elaborati concetti, idee, principi e oggetti che hanno resistito nella loro forza argomentativa e coerenza su una scala di millenni. Furono scritti libri, trattati, compendi, dialoghi che hanno scolpito i caratteri dell’intimo senso di appartenere al genere umano, probabilmente per sempre. Oggi siamo quel che siamo, o abbiamo la possibilità di mertterci a confronto con una concezione più alta dello stare al mondo, grazie alle elaborazioni che quei greci remoti furono capaci di sistematizzare.

Poi, naturalmente, quei principi furono all’epoca messi in pratica in maniera impropria, immatura, intermittente, ingiusta… quel che si vuole. Ciò non toglie che la civiltà occidentale, per come oggi ci sforziamo (?) di mettere in pratica, si ispiri a quei modelli lì.

Tanto avanti erano questi antichi e tanto intelligenti erano le conclusioni cui erano approdati che il nostro senso comune di uomini del ventunesimo secolo è ancora ben lontano dall’averne recepito perfino i fondamentali.

Un esempio? E’ un dato universalmente riconosciuto che la democrazia più autentica incarna l’espressione e l’applicazione della volontà della maggioranza del corpo sociale. Bene: sul piano logico questa verità, così cristallina e consolidata, reggerebbe poco o nulla trattandosi di un criterio che di scientifico (nel senso di veritativo) non ha niente.

Per mille ragioni, che qui non è il caso di elencare, la maggiornaza può essere (quella in buona fede in primis) portatrice di principi errati, ingiusti o eterodiretti e in questo modo nuocere – in maniera legittimata – alla collettività presa nel suo insieme o alla sua gran parte. Può creare mostruosità devastanti, in definitiva. Dunque il criterio migliore parrebbe essere un altro.

Fu Aristotele, un greco del quarto secolo a.C., a scrivere che si ha migliore accezione di democrazia (termine in sè e per sè piuttosto problematico per il filosofo stagirita) quando le regole per tutti – le leggi – vengono scritte dai non possidenti cioè da coloro che non hanno nulla. Lui faceva l’esempio di una città ipotetica di 1300 abitanti dove, per un caso particolare, 1000 erano i ricchi e abbienti e 300 erano i poveri e nullatenenti. Il principio demo-cratico si espliciterebbe se a prescrivere codici e comportamenti per tutta la collettività non fosse la maggioranza ma la minoranza.

In quel caso. Naturalmente capita che, per lo più, in una comunità qualsiasi, la maggioranza sia povera e una piccola minoranza sia ricca e potente (gestendo stampa e immaginario, mi verrebbe da aggiungere). Ecco che diventa più chiaro quanto un criterio di giustizia (!) debba incarnarsi non nel concetto algido di numero ma in quello più organico di equilibrio del potere. O ancora, quanto “democrazia” non sia la negazione di un conflitto più o meno latente (ineliminabile, per quanto ci si sforzi di negarlo perchè costitutivo della società stessa) ma la sua formalizzazione.

Il tema è ovviamente quanto di più complesso e gravido di implicazioni ci possa essere. Per dire, bisognerebbe almeno citare l’opportunità dello sviluppo istituzionalizzato (e non della soppressione sistematica in nome di una fantomatica “governabilità”) di una moltitudine di corpi intermedi fra chi decide e chi è deciso. Ma spero di essermi fatto capire: si prova qualche grado di disagio nel maneggiare cose così enormi, eppure è sano rompere gli indugi fissando in qualche modo aspetti fondamentali – un esercizio che reputo utile assegnarsi in questi giorni così oscuri – piuttosto che lasciar correre. Anzi, a sostegno aggiungo una colonna:

canf  Aristotele sa bene di descrivere, nell’esempio astratto dei 1300 cittadini, un caso limite; infatti soggiunge poco dopo che nella realtà il popolo – cioè i poveri – è più numeroso dei ricchi, per cui conclude: «…si dà democrazia quando i liberi poveri, essendo più numerosi, sono padroni delle magistrature, mentre si dà oligarchia quando comandano i ricchi e i nobili, i quali costituiscono una minoranza (1290 b 18-20)». Se dunque fa l’esempio-limite dei 1300 cittadini, lo fa per mostrare quale sia il contenuto della democrazia: essa consiste nell’egemonia dei più poveri,cioè di coloro che debbono lavorare per vivere. La terminologia che adopera è inequivocabile: essere più forti, essere padroni delle cariche etc.: si tratta di prevalenza, di un dominio per definizione totalizzante ed esclusivo. E infatti nella classificazione tipologica delle costituzioni, democrazia è per Aristotele – al pari di oligarchia e tirannide – forma deteriore, il cui corrispettivo positivo è la politeia [NdR: cioè la costituzione, la condizione per cui le leggi sono sovrane]. Dunque demokratia significa essenzialmente dominio di un gruppo sociale – il demo -, non necessariamente della maggioranza; e demo sono i poveri tra i cittadini, secondo una definizione senofontea, o meglio – come precisa Aristotele – agricoltori, artigiani, marinai, manovali, commercianti (1291 b17-29).

Luciano Canfora (a cura di) Anonimo Ateniese, La democrazia come violenza, Sellerio ed., Palermo 1982. [Click QUI]

 

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