Solaris, il libro

[Ovvero: la sincronicità è il destino che ha il gusto del complotto. Tipo.]

 Un classicone della fantascienza datato 1961. Autore polacco (Stanislaw Lem) e, scopro nella bella postfazione di Francesco M. Cataluccio, libro a suo tempo uscito attraverso la casa editrice del Ministero della Difesa della Polonia sovietica, in piena guerra fredda. Dunque da un circuito e un retroterra  lontanissimi rispetto ai mondi che producono e hanno prodotto l’immaginario cui siamo abituati noi oggi. Una scrittura «aliena» su un genere commerciale, in qualche misura. Tanto per cominciare.

Si viene a sapere che l’edizione originale in polacco fu tradotta in francese dopo qualche anno dalla pubblicazione e, successivamente, da questa traduzione si ricavò un’edizione in inglese che, in un modo abbastanza arbitrario e per rendere il romanzo più consono agli standard della letteratura fantascientifica più popolare, fu il risultato di ampi tagli e aggiustamenti. E’ da questa seconda edizione mutilata e in inglese che scaturirono le successive traduzioni di Solaris (anche quella italiana), quelle che sono andate a collocarsi negli scaffali delle librerie di genere fantascientifico di tutto il mondo. Solaris - Stanislaw Lem - Sellerio

Al contrario questa edizione Sellerio curata da Cataluccio (2013) è la diretta traduzione dell’originale polacco. 

Comincia così:

«Alle diciannove, ora di bordo, mi feci strada tra gli uomini schierati intorno al pozzo e lungo i gradini metallici mi calai nell’abitacolo. C’era appena lo spazio per sollevare i gomiti. Appena ebbi avvitata la bocchetta nella presa sporgente dalla parete lo scafandro si gonfiò e da quel momento non potei più fare il minimo movimento. Stavo o, per meglio dire, penzolavo dentro un letto d’aria incorporato in un tutto unico con la corazza metallica.»

Prima persona singolare, dal momento che si racconta la vicenda claustrofobica e (a dir poco) introspettiva del protagonista, Chris Kelvin, uno psicologo mandato su un pianeta alieno, in un altro sistema solare: Solaris. Atmosfere cupe e sospese al suo arrivo in quello che è un pianeta quasi completamente privo di terra perchè ricoperto da quel che, all’apparenza, sembra un lento oceano ondeggiante e in continuo movimento, fatto di una sostanza vischiosa, un albume, un corpo semisolido. Che quando Chris si fermava ad osservare da una delle finestre bombate degli oblò della base spaziale «riluceva untuoso quasi che le onde secernessero un olio rossastro». Numerose erano le albe e i tramonti infuocati e dai colori più incredibili poichè il pianeta era percorso da due corpi stellari che si alternavano a cadenzare i giorni e le notti, se così si può dire.

Ma, un momento: dove sono gli alieni, i marziani, gli omini verdi? Ecco, non ci sono. O meglio: la congettura più appropriata e accreditata da una lunghissima tradizione di studi (la Solaristica) suggerisce che di omino verde ce ne sia solo uno e cioè lo stesso pianeta medesimo. Vuol dire un colossale corpo senziente e comunicante (con mezzi, diciamo, non convenzionali) grande quanto un mondo. Addirittura pensante, ma in un modo del tutto illogico per quanto abbia senso dirlo. L’intelletto umano, al momento in cui viene raccontata la vicenda, non era ancora in grado di comprendere appieno l’essenza di questo “ente”, a prescindere dagli sforzi fatti. E per quanta letteratura, studi, esperimenti etc., gli scienziati avessero messo in campo in proposito. Era un mistero. 

Era *il* mistero. Lo è ancora. Tanto che, tirate le somme, può anche darsi che ci si rassegni a farlo rimanere tale, per sempre:

«Forse eravamo arrivati a una svolta cruciale della storia, pensai. Non era da escludersi che, a un certo punto, in alto loco prevalesse l’idea di rinunciare e, prima o poi, di abbandonare Solaris o addirittura di liquidare la Stazione: ma secondo me non sarebbe stato un rimedio. L’esistenza di quel colosso pensante non avrebbe più dato pace agli uomini. Per quanto esplorassero la Galassia, per quanti contatti stabilissero con civiltà di esseri simili a noi, Solaris avrebbe continuato a rappresentare un’eterna sfida lanciata all’uomo».

Ciò non vuol dire che non ci fossero contatti di un certo tipo con questo individuo singolare, che in effetti interagiva a modo suo: aveva da sempre avuto la consuetudine di emulare, di riprodurre, di replicare, attraverso la sostanza plastica di cui era fatto (cioè l’immenso oceano oleoso) gli oggetti, i macchinari e le strutture che lo abitavano e lo percorrevano da più di un secolo: gli elicotteri, per esempio, o i razzi o le costruzioni. Come a dire: «Vi vedo, sì. E anche molto bene!» Ma la capacità mimetica non si era limitata solo agli oggetti inanimati, si viene a scoprire.

Repliche più evolute? Torniamo a Chris Kelvin. Appena atterrato alla stazione base, per lui ci sarà una sorpresa, un trauma del tutto inaspettato che i colleghi non gli anticiperanno che in un modo ellittico e impaurito. Qualche enigmatica insinuazione, tutto lì. Ma sarà sufficiente un po’ di pazienza e le reticenze, le stranezze (quasi da ubriaco) e le cautele illogiche del collega scienziato, incontrato per primo, proprio all’inizio della vicenda, si riveleranno fondate. Ecco uno stralcio: il primo a parlare è il protagonista, dottor Kelvin mentre l’altro è il dottor Snaut:

« Ma chi dovrei vedere? Un fantasma? » sbottai.
« Capisco: credi che sia diventato matto. No, non sono impazzito, ma per adesso… non so come altro spiegartelo. Potrebbe anche non succedere nulla ma, nel caso, ricorda che ti ho avvisato.
« Avvisato di che? Di che stai parlando?
« Cerca di non perdere il controllo – continuò lui imperterrito. – Tieniti… pronto a tutto. Lo so che è impossibile, ma tu provaci lo stesso. Non c’è altro rimedio o, comunque, io non ne conosco altri.

 Mah. Dopo qualche episodio curioso nel corso del tragitto che lo conduce alla sua cabina, finalmente Chris ha l’occasione di sistemarsi comodo e in solitudine. Quindi, stanco, si addormenta. Poi, sul letto dove (per quanto ne sapeva) aveva appena trascorso una notte di sonno, succede qualcosa di inaspettato:

«Aprii gli occhi con l’impressione di avere dormito solo pochi minuti. La stanza era immersa in una fresca penombra rossastra. Mi sentivo bene. Giacevo nudo, senza coperte. La tenda era scostata per metà: davanti alla finestra, nella luce del sole rosso, c’era una figura seduta. Era Harey. Indossava un prendisole bianco: il sottile tessuto si tendeva sui seni, le gambe erano accavallate, i piedi nudi. Teneva abbassate le braccia abbronzate fino ai gomiti e mi fissava immobile da sotto le ciglia scure. La guardai a lungo, con calma. Il mio primo pensiero fu: «Che belli questi sogni in cui si sa di sognare». Ciò nonostante avrei preferito che sparisse. Chiusi gli occhi augurandomi con tutte le forze che così fosse, ma quando li riaprii era sempre lì, seduta come prima1. Teneva come al solito le labbra appuntite, come per fischiare, ma gli occhi non sorridevano.»

Chi è Harey? Era la giovanissima ex moglie di Chris Kelvin, morta anni prima. Si era suicidata perchè lui, Chris, l'aveva lasciata. Beh, non era proprio lei in senso stretto: era una replica perfetta all'apparenza e completamente in grado di parlare, pensare, muoversi, comunicare e interagire in ogni modo, come una persona normalissima. Aveva perfino coscienza di sè. Ma non era lei perchè non possedeva alcuna memoria, non sapeva dire come e perchè si trovasse lì con lui, suo marito: c'era e basta. Anzi, lei stessa avrebbe tanto voluto poterlo capire dal suo amato Chris, visto che si trattava effettivamente di una cosa parecchio strana.

Non è un romanzo facilissimo, è pieno di digressioni, spiegoni (cioè lunghe parti che riassumono i libri e gli studi di argomento solaristico, un bell'esercizio di simulazione), riflessioni di stampo biologico, fisico, genetico e perfino esistenziale. Poi, a un certo punto ci si sorprende (io almeno mi sono sorpreso) a constatare come alcuni dialoghi sembrino appartenere a romanzi di un contesto e di un genere completamente opposti. Per esempio dopo lunga e forzata coabitazione la coppia formata dall'uomo e dalla replicante innamorata comincia ad avere qualche problema di relazione. Sembra il dialogo di un film di Woody Allen, ma qui l'ironia è ancora più «distanza»:

« Chris… – mormorò. – Come vanno le cose tra noi…?
Mi lasciai sfuggire un involontario sospiro: decisamente non era il mio giorno fortunato.
« Benissimo. Perché?
« Vorrei parlarti.
« Avanti, ti ascolto.
« Ma non così.
« E come? Te l’ho già detto: mi fa male la testa e ho un sacco di pensieri…
« Ti prego Chris, un po’ di buona volontà.
Mi sforzai di spremere un sorriso. Non doveva valere un granché.
« Sì, cara. Dimmi.
« Ma mi dirai la verità?
Sollevai le sopracciglia. Come preambolo mi piaceva poco.
« Perché dovrei mentirti?
« Potresti avere le tue ragioni, ragioni gravi. Ma se vuoi che… insomma… non raccontarmi delle storie.
Tacqui.

Comunque. In alcune recensioni che mi è capitato di leggere c'è scritto che Solaris è stato definito un romanzo con sfumature filosofiche. Per quel che ne ho compreso un allaccio che mi è parso di poterci trovare è nella celebre (in un certo senso) questione che contrappone il soggetto all'oggetto, cosa che ha a che vedere con la realtà dell'esistente. Cioè: il mondo reale esiste indipendentemente da noi o non è che una nostra rappresentazione mentale? Ovvero: è il soggetto senziente che produce la realtà fenomenica (come vuole l'idealismo) oppure gli oggetti esistono prescindendo da colui che li conosce (come ci dice il realismo)? Non è una differenza di piccolo conto: nel primo caso io, soggetto, ho la possibilità di incidere sulle cose del mondo, nel secondo non posso fare altro che accettarle per quelle che sono e, al massimo, adeguarmi. Per farla proprio breve.

Nel romanzo il pianeta Solaris ricava l'immagine olistica in 3D o per banalizzare un po', potremmo dire la ricetta, lo spartito, il racconto di Harey, dalla mente di Chris Kelvin. Quindi, per qualche ragione, la riproduce davanti al suo ospite in tutti gli aspetti della ragazza che costui aveva conservato dentro di se. Cosa ne scaturisce? Ne scaturisce un oggetto vivo e reale (una Harey fatta di neutrini (?) ma talmente verosimile da *essere* vera), il risultato tangibile della rappresentazione ideale che Chris aveva ancora della sua ragazza. Quel poco o quel tanto che di lei gli era rimasto dentro. Se e quanto questo espediente della narrazione sia lontano dalla vita reale di ognuno di noi, ovvero se tutto possa essere ridotto a una questione di neutrini dentro le nostre teste, ecco, questa è una bella domanda.

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Vedi la scheda su Amazon

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  1. Il che fa un po’ il paio con il racconto più breve del mondo, quella composizione pubblicata nel 1959 dallo scrittore Augusto Monterroso che recita: «Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì». Vedi qui.

4 comments for “Solaris, il libro

  1. 6 ottobre 2015 at 08:37

    C’è tutto un mondo di narrativa da riscoprire in quel gran calderone che è la fantascienza. Che poi sono romanzi che di fantascienza, nel senso di ambientazione in un contesto caratterizzato da evoluzioni scientifiche di fantasia, hanno soltanto la superficie. Quanto è bastato, e il discorso si potrebbe estendere a tutto il fantastico, ad emarginarli per lungo tempo in quel limbo del “sì, vabbè, le astronavi…” per dire che era roba poco seria, per “appassionati”. Un peccato mortale.

  2. Manlio Sgamanlio
    30 ottobre 2015 at 10:57

    Ma è che a un certo punto è venuta sempre più a mancare un’idea di progresso felice e la letteratura fantascientifica ne ha risentito. L’uomo occidentale si è convinto che la ragione non può comprendere la realtà… quelle seghe lì. Di cui ci sono echi anche in questo libro. Se, continuando a percorrere la linea attuale, sappiamo già che andrà a finire malissimo meglio non pensarci.

  3. Marco Arienti
    30 ottobre 2015 at 13:54

    Interessante chiave di lettura di Sir Robin, “Solaris” più essere sicuramente accomunato ad altri romanzi/racconti piuttosto noti soprattutto per le libere trasposizioni filmiche che ne sono state tratte, vedi “La sentinella” di Clarke (“2001 Odiessea nello spazio”) e “Picnic sul ciglio della strada” dei fratelli Strugatskyi (“Stalker”).
    Mettendo da parte l’ambientazione, come giustamente sostiene Riccardo, e già che ci siamo anche la propaganda politica e la corsa allo spazio, rimane ad esempio un tema di fondo piuttosto importante, cioè la rappresentazione della sete e al tempo stesso la paura della conoscenza.
    In altre parole: vorrei sapere se ho la possibilità di incidere sulle cose del mondo ma non so se poi ho il coraggio di assumermene la responsabilità.

  4. 10 dicembre 2015 at 12:31

    Il limite di Harey – si può dire – sono i neutrini…

    https://www.alfabeta2.it/2012/03/16/ci-sono-delle-cose-che-non-si-possono-dire/

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