“Lagune quasi blu”. La laguna di Orbetello nel libro del biologo Mauro Lenzi.

 C’è un piccolo libro molto bello (e molto denso) che tutti gli orbetellani dovrebbero leggere e perfino studiare. Tratta di lagune in generale ma più in particolare della laguna di Orbetello. Lo ha scritto Mauro Lenzi, biologo del laboratorio di ecologia lagunare e acquacoltura (LeaLab); una vita sul campo. Si intitola Lagune (Quasi) Blu ed è stato pubblicato da Effequ nel 2011 (qui). lagune quasi blu

Per riuscire ad afferrare nel modo più giusto e utile le complessità che, vuoi o non vuoi, costituiscono gli ingranaggi biologici di un oggetto così vivo e vitale come è la laguna, bisogna disporsi a imparare alcune parole che non fanno parte del lessico ordinario ma di quello scientifico. Un’impalcatura terminologica precisa, senza la quale si perde gran parte del senso del libro e, più che altro, di un ecosistema  singolare che ha determinato e definito un intero territorio.

Appare chiaro infatti come Orbetello sia intimamente la sua laguna e lo sia dalla notte dei tempi ma anche come questa identità si sia tradotta fin da subito in una cultura peculiare. E’ così perchè questa zona di transizione, cioè il bacino costiero dove si mescola acqua dolce e acqua marina, è un paradiso alimentare, un habitat molto favorevole alla pesca e alla caccia, un luogo ideale di insediamento e di sviluppo per una comunità di uomini.

Insediamento umano che, progredendo nel lungo volgere delle epoche, ha generato e sviluppato la propria sapienza fatta di tecniche e strumenti ricavati ed elaborati dalle risorse ambientali e destinati alla pesca. Tecniche che in pratica sono rimaste invariate dai tempi degli Etruschi e dei Romani fino agli anni ’50 del novecento, quando è intervenuta la modernità che vuol dire nuovi materiali e ingegnerizzazione del lavoro. E quando, in effetti, si è iniziato a conoscere a fondo quanto complesso e variabile fosse questo ecosistema.

Proprio a proposito della comprensione di certi termini: è importante capire il valore vincolante di alcuni descrittori che vengono utilizzati (per esempio nei documenti ufficiali), cioè di quelle parole dell’ambito scientifico che hanno un significato univoco e che decidono – e addirittura decretano – il carattere e la salute di un ecosistema.

A voler essere esatti, dunque, quella di Orbetello non sarebbe neppure una laguna, ma più propriamente uno stagno costiero è cioè un bacino non dominato dalla forza delle maree, separato dal mare da un tombolo e che col mare comunica tramite varchi. Anche perchè esiste una misura di riferimento cui indirizzarsi che è data dall’escursione fra alta e bassa marea: per le acque orbetellane tale escursione non è superiore ai 50 centimetri.

Ci sono cioè, per esemplificare attraverso casi estremi, aree lagunari atlantiche dove l’escursione mareale è superiore ai 10 metri e dove il ciclico ricambio d’acqua può interessare anche il 50% dell’intero volume idrico: in quel caso si può parlare in maniera appropriata di ambiente lagunare. E in quei casi, estese porzioni di territorio si trovano a essere alternativamente asciutte o sommerse, a seconda del momento dell’anno o anche della giornata. A Orbetello è più o meno sempre tutto sott’acqua, poca acqua.

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In questo specchio di acqua salata i nutrienti (per la maggior parte azoto e fosforo) hanno la tendenza ad accumularsi naturalmente, una autentica trappola meccanica ma con i modi di un organismo vivo e vitale che ha anche proprietà autodepurative. Un indice importante da tenere nella massima considerazione circa il rapporto che c’è fra una superficie così estesa (circa 25 km quadrati) e il – relativamente – piccolissimo volume d’acqua che la superficie contiene, è la salinità. Questa varia molto nello spazio, da zona a zona in maniera repentina, ma anche nel tempo, altrettanto rapidamente durante l’estate, grazie all’evaporazione dovuta al clima torrido.

La salinità è uno dei discriminanti più importanti che ha determinato sviluppo e selezione naturale di flora e fauna in laguna. Esistono pochissime specie ittiche che riescono a tollerare indici ed escursioni così elevati di salinità. O perfino a eleggere a propria zona di comfort gli habitat dove questi sono la regola più che l’eccezione.

Proprio quel particolare tipo di specie ittiche gli orbetellani di tutti i tempi hanno imparato a trattare, lavorare e cucinare nel corso della loro storia dal momento che sono da sempre state abbondanti e disponibili: i poco numerosi tipi di pesci che ce la fanno possono contare su riserve di nutriente praticamente inesauribili.

Un altro termine chiave è biocenosi cioè in pratica la comunità fatta di individui viventi che intesse rapporti biologici reciproci di relazione e dipendenza con quanto la circonda, che si tratti di pesci, di molluschi o di alghe. Il sistema lagunare è un sistema dinamico, mutevole ma è anche estremamente elastico grazie alla capacità di saper tornare in maniera naturale al proprio baricentro di equilibrio biologico dopo, ad esempio, un evento traumatico o perfino una perturbazione catastrofica. Questa capacità si chiama resilienza, sorta di ritorno all’origine o, se si preferisce, il potere di rialzarsi come nuovi dopo un KO.

In effetti lo stress antropico, l’impatto generato dalla presenza dell’uomo in questo ambiente, è una delle principali fonti di trauma e perturbazione ma, è altrettanto vero, che è merito dell’uomo e degli accorgimenti che l’uomo ha messo in atto, se la laguna non è – ancora – giunta al suo naturale destino: l’interramento. Dunque: stress o contributo alla sopravvivenza? Entrambe le cose, probabilmente.

L’uomo, al pari dell’anguilla e dell’orata, è l’attore protagonista di questa commedia. Ma il dispositivo è indirizzato comunque da condizioni estreme che consentono a poche specie ben adattate di sfruttare al meglio le enormi risorse di nutriente disponibili. La vocazione naturale è quella dell’ipertrofia.

Tuttavia lo stress o la minaccia di un cambiamento può giungere anche dagli alieni: gli alloctoni. Come in un film western, Lo Straniero.

Caulerpa cylindracea

Caulerpa cylindracea

Può essere un’alga, come la caulerpa cylindracea arrivata (si presume) con le acque di zavorra delle navi provenienti dall’Australia, l’orata atlantica, o il famigerato Gambero della Louisiana (Procambarus clarkii). La storia di quest’ultimo e di come, per tutta una serie di vicende recenti (sia intenzionali sia casuali), sia riuscito a evadere in forza di una alluvione dall’allevamento massaciuccolese dove era stato recluso da un imprenditore importatore, per poi fuggire “a piedi” e a insediarsi altrove (per prosperare e riprodursi a quintali) beh, questa storia è bella come un romanzo.

Gambero della Louisiana

Gambero della Louisiana

Fra l’altro è un gambero anche molto fotogenico.

“Nel Massaciuccoli i gamberi della Louisiana si trovarono bene, per niente spaventati dal clima più freddino della Lucchesia. Nel giro di pochi anni divennero una risorsa e nacque una cooperaativa che ne pescava diversi quintali al giorno e li smerciava nel mercato dell’entroterra, dove il gambero di fiume aveva una tradizione (il nostro è scomparso da tempo). Questo sviluppo preoccupò molti per diverse ragioni: intanto il gambero della Louisiana è un gran mangiatore, capace di nutrirsi di tutto, dai vegetali alle carogne, fino ad attaccare molluschi, piccoli pesci, girini etc… Così si prese l’epiteto di ‘killer’. Ci fu un periodo in cui le sue storie apparivano sui giornali quasi quotidianamente e si diceva che il gambero killer stava distruggendo la fauna di Massaciuccoli e di tutti i corsi d’acqua collegati. Forse era così, però a sua discolpa può essere spezzata una lancia: l’ecosistema di Massaciuccoli e di tutta la rete idrica del suo bacino idrografico era decisamente in grave crisi. Un bacino eutrofico, che vedeva sviluppi di microalghe (alcune di loro anche tossiche) che ne coloravano intensamente le acque; un bacino che aveva fortemente ridotto la sua biodiversità.”

La presenza di questo gambero è stata segnalata anche nel grossetano ma nel libro non si specifica se si sia affacciato anche nella laguna orbetellana (visto che può vivere sia in acque dolci che salmastre). Per quanto ne so non credo e sarebbe interessante capire se è mancata l’occasione, se è stato respinto da un qualche fattore avverso o se semplicemente non ha avuto piacere.

La nostra laguna è da considerarsi comunque un sistema robusto (molto più robusto dell’ecosistema marino, per dire). E nel corso della sua lunghissima vicenda non sono certo mancati i nemici che ne hanno temprato il carattere. Alcuni, come detto, da altri mondi, mentre altri indigeni. Basti menzionare coloro che afferma(va)no trattarsi di «un ambiente malsano e paludoso, da interrare e convertire in terreno agricolo» oppure edificabile: ville, alberghi, resort, parcheggi… Sul serio? Sul serio: sono retaggi risalenti ai primi del ‘900, tempi nei quali la bonifica era sinonimo di colmazione.

Il risanamento conservativo è cosa moderna e non è un caso se è proprio negli anni ’70/’80 del secolo XX che nasce e si consolida l’acquacoltura intensiva. La vedette di questa fase è senza dubbio l’orata che ad oggi rappresenta circa la metà del pescato lagunare. L’orata può allargare la sua dieta anche alle alghe e con essa si riescono a coniugare finalità ambientali e commerciali, che non è affatto cosa di poco conto.

La spigola (l’altra vedette) è al contrario un predatore molto rapace, carnivoro. Va detto che è in larga misura il libero mercato a dettare l’agenda (o meglio il registro presenze) lagunare ma, come è noto, le scelte impostate secondo criteri di questa natura non sono quasi mai le migliori se le si osserva da un’ottica di lungo raggio. Comunque.

Ecco che a partire dai primi anni ’70 scoppia il turismo di massa e con esso, allo stesso modo, il sistema fognario che immetteva direttamente in laguna. L’habitat persisteva comunque nel mantenersi molto sano e ricco di pesce. Era aumentata in percentuale vertiginosa anche la quantità di pescato; tuttavia osservando una brusca battuta di arresto nel 1986, data che nel libro viene definita “epocale”.

Si trattava dell’esito di un cammino lungo alcuni decenni. Tanto per cominciare da tempi relativamente recenti, circa la storia dei traumi lagunari, basti qui menzionare quanto accaduto nel 1948 quando le acque si tinsero di un insolito colore rosso. I pescatori dell’epoca ne attribuirono erroneamente la causa allo sviluppo di un verme incrostante che da queste parti è noto come corallina (ficopomatus enigmaticus). Uno sviluppo abnorme, evidentemente imprevisto ed imprevedibile.

Ficopomatus enigmaticus

Poi nel 1966 le acque tornarono a colorarsi, questa volta di un verde intenso, diventarono torbide e ci fu una devastante moria. Tornò a rifarsi viva anche la corallina e in concomitanza sparì la franzina lamprothamnium papulosum, un’alga ottima per il pascolo di alcune specie ittiche e per l’avifauna acquatica.

Ulteriori fenomeni problematici nel 1969 e nel 1970 per carenza di ossigeno, stavolta. Va detto che fino a questa data, presa come riferimento storico-limite rispetto allo sviluppo dell’industria del turismo di massa, le perturbazioni occorse erano state di carattere prevalentemente naturale, un ‘eutrofia autoindotta’, per così dire, interna ai meccanismi biologici propri del vivace organismo lagunare.

E infatti ad un esame particolarmente accurato avvenuto nel 1975/76 da parte di un’equipe di studiosi la laguna risultò essere in ottima salute, «un ambiente sano e ricco di pesce». Il processo autocurativo era andato a buon fine ma si iniziò a capire che sarebbe stato meglio escogitare qualche sistema utile a dare una mano da fuori. La domanda sorge spontanea:

“Ma come è possibile che questa laguna che solo pochi anni prima aveva visto disastrose morie, apparisse così sana e pulita ad uno screening a maglia fitta fatto dai migliori specialisti italiani? Effetto della resilienza. Dopo una crisi, l’ambiente che ha disperso energia torna a ricostruire i suoi popolamenti tipici, ricomincia da capo. Con gli anni ’70 si era passati a una fase industriale del turismo, con oltre 600mila presenze annuali, successivamente cresciute a 1,5 milioni, mentre depuratore e fogne immettevano in laguna grandi quantità di azoto, fosforo e biostimolanti. L’eutrofizzazione di origine fognaria determinò lo sviluppo della vegetazione macroalgale nitrofila, ovvero avente grande affinità con l’azoto. Le alghe trasportate dal vento si ammassavano sempre più trasformando rapidamente il fondo da sabbioso a melmoso. Questo ambiente divenne inadatto alla franzina, l’erba delle anatre, e alla palla (Valonia aegagrophila). Ruppia (Ruppia cirrhosa) venne scacciata dalle acque centrali della laguna. Il ruppieto si fece perimetrale, occupando il substrato sabbioso degradato e le acque basse, più trasparenti. La moria della fauna ittica del 1981, avvenuta a Ponente, fu una di quelle che facevano tremare le amministrazioni e l’economia. Fu, però, come sempre avviene in questi frangenti di calamità, uno sprone per l’amministrazione competente, in quel caso quella provinciale. L’anno successivo fu realizzata una stazione idrovora alla foce lagunare del Canale di Nassa, con quattro pompe che nominalmente immettevano mille litri di acqua marina al secondo”

Come anticipato sopra, Il trauma più pesante avvenne nel 1986: una moria grave che avrebbe cambiato il volto della laguna da quel punto in avanti. Andarono perse 150 tonnellate di pesce e «il cambio di vegetazione fu profondo». La faccenda era talmente preoccupante che il sindaco dell’epoca si trovò a contattare gli esperti dell’ENEA (agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) che si proiettarono a Orbetello armati fino ai denti delle loro apparecchiature all’avanguardia.

Il contributo più importante che apportarono fu un nuovo sistema di pompaggio dell’acqua marina. Ormai era palese quanto fosse indispensabile l’intervento umano teso alla salvaguardia dell’ecosistema.

Naturalmente la storia raccontata nel libro si snoda nei decenni successivi al passo di cicli di crisi e risoluzioni spesso sotto l’indirizzo di scelte controverse, fra vicende che intersecano l’affascinante ambito della fitodepurazione insieme a non poco traumatiche svolte del clima politico (sia a livello nazionale che locale). Per raggiungere infine gli orizzonti attuali e i nostri giorni, o quasi. Molto interessante, fra parentesi, il capitolo che si occupa della questione dell’uso industriale delle macroalghe e quello che descrive la tecnica della risospensione dei sedimenti. Menzione speciale per la vicenda del grande depuratore (il “tubone”).

In definitiva un lavoro coi fiocchi che sa restituire puntualmente la dimensione di un sistema complesso e estremamente vitale prendendolo in esame da due versanti: quello del biologo e quello dello storico. Un libro che è strumento prezioso da tenere a disposizione nella cassetta degli attrezzi, come un paio di occhiali utili a capire la laguna con meno superficialità e più amore.

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