Schindler’s List, vent’anni dopo (ovvero, la tenacia di Poldek)

 Che storia. Poco tempo fa mi è capitato di vedere di nuovo il film che consacrò il regista Steven Spielberg fra i grandi del cinema e cioè Schindler’s List. Probabile che si sia trattata della mia seconda volta (su dvd e in tv) essendo stata la prima nel 1994 (o quando è uscito in Italia, non ricordo), pertanto quando avevo 23 anni.

Non è male, quando possibile, dedicarsi a uno stesso oggetto narrativo forte a distanza di decenni, per vedere l’effetto che fa. Penso di aver colto molti più aspetti rispetto ad allora, di aver inquadrato meglio alcuni impliciti e connessioni storiche, ideologiche e tutto il resto. Penso. Vero è che, per dire, la scena del rastrellamento nel ghetto di Cracovia (ma confesso: numerose altre scene) mi sono risultate insopportabili, oggi più di ieri. Così mi sono avvalso del diritto di premere il pulsante della pausa, di tanto in tanto, di distrarmi un po’ e poi riprendere la visione. No, avanti veloce non l’ho usato. Mi sono accorto che, più del raccapriccio di certi particolari cruenti, a darmi fastidio era la pura e semplice prevaricazione. Comunque. Schindler's List copertina

Film epico, nel segno della grandiosità, anche se a tratti mi è parso perfino cinico. E non tanto per aver squadernato lo squallido comportamento degli odiosi e maledetti caporali nazisti, stolidamente armati delle altrui dissennate (ma altolocate) fantasie, quanto per l’aver reso evidente il fondamento economico di mercato del sistema nazionalsocialista. Cioè: va bene tutto, ma prima il profitto, in tutte le sue forme (dunque meglio schiavi che cadaveri). La forza lavoro schiavile, parlando del mondo reale, risultò in effetti essenziale, sistemica: la I.G. Farben, la Krupp, la Siemens, ma poi, e per altro verso, la banca Dresdner… Si potrà dire che in fondo in fondo il capitolo più orrendo della storia del pianeta non sia stata che una questione di abominevole avidità? Mah.

Ecco, dopo aver visto il film al cinema nei favolosi anni ’90 andai a leggermi anche il libro dal quale il film era stato tratto. Se non ricordo male, lo feci in conseguenza di qualche articolo che all’epoca raccontava di Spielberg e del suo fiuto micidiale. Il creatore di Indiana Jones che, qualche settimana dopo il travolgente e planetario successo del film di fanta-archeologia e avventura, durante le meritate vacanze, invece di sbronzarsi alle terme e di mangiare slow (perché ahead, avanti), si era dato occasione di leggere il romanzo di un oscuro scrittore australiano edito nel 1983 che, per l’appunto, raccontava di questo imprenditore industriale dei Sudeti di nome Oskar Schindler che eccetera eccetera. Così, in un romanzo privo di autentica tensione narrativa, aveva captato la storia del secolo. Che uomo! E che tempra! Sempre secondo la vulgata giornalistica dell’epoca che conservavo in memoria, più umile ma non meno tortuoso era stato il dietro le quinte della stesura del romanzo: Thomas Keneally, un tizio con la fissa degli archivi, mentre sfogliava una fonte in biblioteca per un altro lavoro si era imbattuto in un appunto autografo che riportava una lista di nomi di operai ebrei in una certa fabbrica che, eccetera eccetera: «Accidenti – si era detto – ma questa è una bomba!»

Però non è andata per niente così. Almeno stando a una piccola ricerca che ho fatto. A quanto pare tutta intera la risonanza planetaria della, chiamiamola così, «operazione Schindler», si deve di sicuro all’opera del suo protagonista filantropo Oskar Schindler medesimo, ma più ancora al suo ufficio stampa, al suo Paolo di Tarso: Poldek Pfefferberg. Costui era prigioniero del campo di concentramento di Plaszow, nei pressi di Cracovia, e aveva avuto la fortuna e il privilegio di essere incluso nella lista dei lavoratori della Fabryka di Schindler e per questo di essersi salvato dallo sterminio dei 3 milioni di ebrei polacchi in corso in quei mesi. Uno dei 1200 Schindlerjuden.

Insomma, salvata la pelle e finita la guerra, dopo un paio d’anni, Poldek pensò bene di emigrare negli Stati Uniti dove aprì un negozio di articoli in pelle a Beverly Hills, Los Angeles, California. Ecco, passano felici gli anni, l’eroe Schindler muore nel 1974 (povero ma nel suo letto), e succede che in un pomeriggio piovoso di ottobre del 1980 un signore, un cliente di passaggio, entra in negozio e dopo aver soppesato con attenzione una valigetta 24ore ne chiede il prezzo al commesso. Succede che questo signore foresto e Poldek (che intanto in quelle contrade aveva cambiato nome in Leopold Page) si mettono a chiacchierare. Va premesso che Poldek/Leopold stava da tempo battendo molte strade per tentare di far interessare qualcuno alla storia di cui era stato protagonista tanti anni prima e che gli scalpitava nel petto da anni, avvicinando tutti gli scrittori, sceneggiatori, registi, produttori… che gli capitavano a tiro anche perché, va detto, la parte di mondo dove si trovava a campare era fra le più adatte allo scopo. Insomma, una parola dopo l’altra ecco che si viene a scoprire che il cliente appena entrato in negozio è un solidissimo romanziere di nome Thomas Keneally, da Sydney. Ma senti senti. Senza esitazione Leopold gli agguanta il gomito, lo porta nel retrobottega e gli mostra la sua messe di appunti, tutti gli articoli che aveva conservato, le foto, le lettere degli altri sopravvissuti come lui e insomma il suo archivio al completo: la scintilla scatta. Non senza fatica però, Wikipedia parla di «entreaties»: suppliche. Va a finire che nel giro di qualche anno (1983) il libro è pubblicato e distribuito col titolo di Schindler’s Ark, una docu-fiction, cioè praticamente un romanzo storico (ma senza star) e Poldek Pfefferberg ne risulta il consulente di riferimento; menzionato nella dedica si sottolineano il suo zelo e la sua insistenza tenace. Un bel tipo.

Il romanzo in quanto tale, non credo che abbia goduto di fortuna eccezionale, una volta sugli scaffali e in effetti non è che sia questo granché (col senno di poi se ne intuisce anche il motivo e cioè che si trattava alla fin fine di un libro commissionato e non creato). Ma era un buon inizio e a Leopold non rimaneva che metterlo nelle mani giuste, a Hollywood: il più era stato fatto. C’era in effetti questo giovane regista molto bravo che aveva da poco incantato mezzo mondo con una storia di extraterrestri con la mania del telefono, un certo Spielberg. Romantico, il gusto per i panorami romantici, quasi dei quadri che si ricordavano a distanza di settimane.

Per Leopold questa è stata la parte più facile in assoluto: non ha dovuto fare altro che telefonare ogni settimana senza interruzione per la bellezza di undici anni di fila all’ufficio di Steven Spielberg, il resto è Storia. 1994, Schindler’s List,  uno dei lungometraggi più celebrati della cinematografia e dei più influenti nell’immaginario condiviso.

Steven Spielberg aveva il problema, se così si può dire, di aver ben compreso l’enormità del compito e dunque, anche per ragioni anagrafiche (non aveva ancora 40 anni), per lungo tempo non si era sentito all’altezza. Tanto inadeguato si sentiva da aver cercato di deviare l’opzione a, nell’ordine: Roman Polanski, Sidney Pollack, Martin Scorsese e Billy Wilder. Ma infine si è lasciato convincere della necessità di un’operazione così ambiziosa, all’indomani della caduta del muro di Berlino.

Si può dunque azzardare che si deve al senso della memoria e alla tenacia di un ex ragazzo del ghetto ebraico di Cracovia se la vicenda di quel tale Oskar Schindler, ha finito per stamparsi nelle retine di mezzo mondo e forse più.

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