Ebbene, sì.
L’altra sera (13 aprile) su Porta a Porta. Argomento: i reality non staranno esagerando? Ospiti: Floriana del Grande Fratello, una stangona paraguayana o venezuelana (non ricordo), Simona Ventura, Manuela Villa, Loredana Lecciso, Giovanna Melandri, Paolo Romani (viceministro allo sviluppo economico), Arnaldo Colasanti (condirettore di Nuovi Argomenti), Luca Ward e Vladimir Luxuria. In collegamento: Paolo Bassetti di Endemol Italia e Ferdi, il vincitore del Grande Fratello dell’anno scorso. Più naturalmente Bruno Vespa. La seconda serata dell’Italia che si informa dopo essersi rilassata.
E’ stata una puntata istruttiva. A tratti surreale, una volta all’entrata della Lecciso, quando si è seduta in una maniera indecifrabie e una seconda quando Colasanti ha detto che i reality, più che essere lo specchio dell’Italia ne sono la radiografia, la tac. Che è un po’ strano se lo dici a bordo di una poltrona Frau, o chi per essa, nel regno del cerone. Il punto dei difensori era, in soldoni, proprio questo: non ha senso lamentars del livello basso dei reality e della qualità dei loro ospiti perché è l’Italia. Un campione fedele e verticale e orizzontale di quello che siamo. Purtroppo o per fortuna. I “destruens” (per lo più solo Romani e la Melandri) che invece sottolineavano l’enorme rischio della propagazione di un cattivo esempio spacciato quotidianamente in milioni di case a fini di lucro, tout court. Passi per la televisione privata che, in un certo senso è quasi obbligata (poverina) a fare leva sul basso istinto e sull’istigazione al conflitto per incrementare gli ascolti e invogliare gli inserzionisti, ma che lo faccia scopertamente anche il servizio pubblico è uno scandalo inaudito. Ma rimedieremo presto …
Compito del servizio pubblico dovrebbe essere quello di rendere agli italiani un buon esempio da seguire, non solleticare la prurigine del guardonismo fine a se stesso. E allora perché non introdurre nei reality, per esempio, la lettura dei libri e dei giornali ? Così la popolazione, emula del buon valore propagandato si metta una buona volta a leggere anch’essa, come un sol’uomo.
Surreale, dicevo. Più ci penso e più mi rendo conto che non lo è stato solo a tratti. Si fa fatica ad immaginare un quadro più frustrante. Perché un ritratto è stato dipinto, anzi è stata dipinta una radiografia, una tac. Era un reality di per se la puntata stessa di Porta a Porta (“se la parte mi funziona …”). Un linguaggio piatto, comune, quotidiano, familiare accomuna tutte le produzioni televisive che non facciano leva sul clichè dell’erre moscia e della bocca storta. Il buon senso che domina su tutto. Lo stesso di uno spettatore qualsiasi fermato per la strada. Mai una riflessione un po’ meno “disorganica” al contesto (stavo per dire sistema, meno male che non l’ho fatto), neanche da chi riveste prestigiosi e remuneratissimi incarichi istituzionali e potrebbe stare all’opposizione.
A un certo punto si è parlato di un codice di autoregolamentazione da stilare in sede di ministero per mettere un po’ di pezze a tamponare l’emorragia commerciale che sta flagellando la tv pubblica soprattutto per quel che riguarda i reality: subito Ventura si è candidata a farne parte, ben accolta dalla controparte al governo. Come a dire: chi controlla i controllori? Volemose bbene, va.
Certo che si tratta di una deriva. Inarrestabile e infinita (è inutile chiedersi dove andremo a finire, semplicemente si continua). Insensata, se non per i quattrini che ci sono in ballo. Da anni la Rai si trova a rincorrere sul fronte degli ascolti la concorrenza delle reti Mediaset. O viceversa, con alterne fortune a seconda della fascia oraria. E la qualità autentica non premia. Tanto poi basta andare in un talk show e dire: «…ma allora secondo lei gli italiani sono una gran massa di coglioni?…» Risposta: « … ma certo che no! Se danno un così gran seguito a questa produzione, evidentemente devono esserci degli aspetti profondi da considerare. Tuttavia …» e avanti così. Non c’è mai nessuno che si permetta di dire semplicemente «Sì!». Questioni di consenso, sa.
Dunque arriva il momento che si cerca di tamponare in extremis: ma un librino da leggere e commentare? Ma un quotidiano da tenere in bella vista sulla mensola della “casa”? Perché no ? Non ci sarebbe nulla di male, no, signor megapresidente della multinazionale dell’intrattenimento di massa ?
La figura dell’intellettuale (spero che non si offenda) alla fine l’ha fatta proprio il tizio della Endemol: più ferrato nel maneggiare linguaggi e contenuti della televisione è risultato apparire lui il più preparato (almeno) interprete dei tempi moderni. Ma , naturalmente per ragioni commerciali. E’ stato l’unico a citare (prima che mi addormentassi) l’importanza dell’uso e della presenza della telecamera in queste produzioni. Il paradosso sta tutto qui: che chi deve quotidianamente confrontarsi con il consenso che ha fini prettamente elettorali non ha gran bisogno di riflettere sulle ragioni profonde di quanto dice: basta essere mediamente piatto e sintonizzato sulle lunghezze d’onda (anche quelle meno raccomandabili) del popolo che andrà a rappresentare. Chi invece deve confrontarsi più prosaicamente con il denaro e con ascolti che siano forti e crescenti e remunerativi in termini di inserzioni deve andare a studiare i linguaggi mediatici e i presupposti profondi che stanno alla base dell’immaginario collettivo, approfondirli e, come creta, plasmarli perché facciano scaturire numeri importanti adatti a contare soldi veri. Parlo dell’individuo, non della sua funzione. Questi sono i veri conoscitori del loro pubblico. Sono i cervelli più sofisticati che vanno ad ingrossare le fila dei quadri delle società private. Pagatissimi. E chi potrebbe dare loro torto.
Ma noi? Dovremmo accontentarci degli scudi di carta della Melandri?Sembrava passare quasi in secondo piano la potente pervasività che il medium televisivo ha per la maggioranza assoluta degli italiani. Come una specie di ammisione di colpa: visto che le cose stanno come stanno perchè impedire al servizio pubblico di prosperare anche con i lauti compensi forniti dal mercato pubblicitario? Surreale fino (allo spasimo) sentire Bruno Vespa dire: «Bisogna pur campare… ». Già.
Insomma affermare che, a mali estremi, potrebbe essere sufficiente far perorare la causa della parola scritta anche dai condannati alla fiction forzata è abbastanza paradossale. Significa non aver compreso (o far finta) un fattore molto semplice. Un reality è, essenzialmente, narrazione. E’ mettere sullo schermo, con tutte le limitazioni e gli impliciti che questa operazione comporta, una storia. Molte storie che vanno ad intrecciarsi su un palcoscenico che una volta è un appartamento, una volta è un isola o una fattoria o un ristorante. Aggiungere un libro come espediente di innalzamento del livello contenutistico vorrebbe dire aggiungere narrazione (vuota) a narrazione. Come leggersi un romanzo che racconta le avventure di un tizio che si sta leggendo un altro romanzo: “ …è sul divano e sfoglia una pagina dopo l’altra, si versa un bicchiere d’acqua, poi continua, dopo un piccolo sbadiglio si concentra … »
Oppure si potrebbe pretendere un commento alla lettura da parte dei partecipanti. Effetto di realtà, meglio evitare. Il senso ultimo di questo tipo di produzioni è proprio quello di inscrivere all’interno di un arco narrativo la banalissima vicenda quotidiana di persone normalissime, cambiando contesti o scenografie. E’ dare l’illusione del senso di un percorso umano qualsiasi. E’ attribuire significato e verosimiglianza alle vicende di tutti i giorni attraverso uno schermo. Un significato che si fatica a trovare, come direbbe qualcuno, nella Realtà Primaria. Cosa di cui forse si sente una mancanza bruciante.
Fa naturalmente riflettere il dato notorio che è uscito fuori nel corso della conversazione: il 44% degli italiani legge un quotidiano anche se saltuariamente. Quindi più della metà del nostro paese si informa esclusivamente attraverso la tv. Ma non vale dire che bisogna leggere i quotidiani perché si deve. Bisognerebbe aver voglia di leggerli. Bisognerebbe cercare di sentirsi più partecipi alla vicenda umana che ci appartiene più direttamente. E invece milioni di telespettatori si appassionano alle biografie di Sandra Milo o di tale Mauro o di tal’altra Marina. Certo non da oggi, ma mentre ieri poteva trattarsi di qualche decina di divi, oggi sono legione. Forse per sognare, per provare a intuire il senso di un percorso di vita che davanti a uno specchio vero sembra continuare a sfuggire. Bisogna riacchiapparlo e, che fortuna, c’è chi lo fa per noi tutti i giorni.
C’è chi parla con piglio da scienziato della comunicazione dell’Italia come del laboratorio mediatico più interessante del mondo. Una sorta di provetta dove poter verificare tutto quello che non si dovrebbe fare per sfuggire ad un destino ”telecomandato”. C’è chi dice che, vuoi o non vuoi, la televisione non è altro che un amplificatore di una tendenza che già esiste, e che quindi non inventa nulla di nuovo. Non fattore attivo di cambiamento ma solo esaltatore di istanze già presenti. Ma c’è anche chi dice che noi italiani siamo talmente avanti da aver frantumato anche questo scoglio: la televisione ha davvero cambiato l’Italia a sua immagine e somiglianza, ne ha plasmato le coscienze e ne ha irreggimentato gli spirtiti, creando una sorta di uomo medio ideale bersaglio di suggestioni e stimoli. Tutti cani di Pavlov. Forse non è inutile sottolineare che gli studi che affermano la prima ipotesi sono il frutto di professori per lo più statunitensi.
Chiudendo il cerchio: Aldo Busi è scappato a gambe levate. Ha messo in scena una collisione di linguaggi (e di contenuti) autentica ma assolutamente fuori luogo in quel contesto. Naturalmente ha fatto benissimo. Ma non è riuscito neanche in questo modo a far scaturire le contraddizioni profonde che animano le vicende di un reality, in fin dei conti, strampalato. Ha messo il dito dove andava messo. La radiografia della radiografia:
«Questi sono qui a far finta di essere veri, sono delle meschine marionette di se stessi.»
Tombola. Naturalmente è stato detto che nelle intenzioni Busi era stato precettato per innalzare il livello della trasmissione, per cercare di inserire contenuti un po’ più elevati per bocca di un intellettuale di chiara fama. Naturalmente non ci credo. Peccato che la sua fortuna Busi la deve proprio al fatto di essere un formidabile distruttore di codici e in questo senso ha tenuto fede precisamente alla sua natura. Ha abitato la pancia della balena e ne ha considerato dall’interno le ventresche. Con lui il reality ha esagerato.
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Duel
L’altra sera (13 aprile) su Porta a Porta. Argomento: i reality non staranno esagerando? Ospiti: Floriana del Grande Fratello, una stangona paraguayana o venezuelana (non ricordo), Simona Ventura, Manuela Villa, Loredana Lecciso, Giovanna Melandri, Paolo Romani (viceministro allo sviluppo economico), Arnaldo Colasanti (condirettore di Nuovi Argomenti), Luca Ward e Vladimir Luxuria. In collegamento: Paolo Bassetti di Endemol Italia e Ferdi, il vincitore del Grande Fratello dell’anno scorso. Più naturalmente Bruno Vespa. La seconda serata dell’Italia che si informa dopo essersi rilassata.
E’ stata una puntata istruttiva. A tratti surreale, una volta all’entrata della Lecciso, quando si è seduta in una maniera indecifrabie e una seconda quando Colasanti ha detto che i reality, più che essere lo specchio dell’Italia ne sono la radiografia, la tac. Che è un po’ strano se lo dici a bordo di una poltrona Frau, o chi per essa, nel regno del cerone. Il punto dei difensori era, in soldoni, proprio questo: non ha senso lamentars del livello basso dei reality e della qualità dei loro ospiti perché è l’Italia. Un campione fedele e verticale e orizzontale di quello che siamo. Purtroppo o per fortuna. I “destruens” (per lo più solo Romani e la Melandri) che invece sottolineavano l’enorme rischio della propagazione di un cattivo esempio spacciato quotidianamente in milioni di case a fini di lucro, tout court. Passi per la televisione privata che, in un certo senso è quasi obbligata (poverina) a fare leva sul basso istinto e sull’istigazione al conflitto per incrementare gli ascolti e invogliare gli inserzionisti, ma che lo faccia scopertamente anche il servizio pubblico è uno scandalo inaudito. Ma rimedieremo presto …
Compito del servizio pubblico dovrebbe essere quello di rendere agli italiani un buon esempio da seguire, non solleticare la prurigine del guardonismo fine a se stesso. E allora perché non introdurre nei reality, per esempio, la lettura dei libri e dei giornali ? Così la popolazione, emula del buon valore propagandato si metta una buona volta a leggere anch’essa, come un sol’uomo.
Surreale, dicevo. Più ci penso e più mi rendo conto che non lo è stato solo a tratti. Si fa fatica ad immaginare un quadro più frustrante. Perché un ritratto è stato dipinto, anzi è stata dipinta una radiografia, una tac. Era un reality di per se la puntata stessa di Porta a Porta (“se la parte mi funziona …”). Un linguaggio piatto, comune, quotidiano, familiare accomuna tutte le produzioni televisive che non facciano leva sul clichè dell’erre moscia e della bocca storta. Il buon senso che domina su tutto. Lo stesso di uno spettatore qualsiasi fermato per la strada. Mai una riflessione un po’ meno “disorganica” al contesto (stavo per dire sistema, meno male che non l’ho fatto), neanche da chi riveste prestigiosi e remuneratissimi incarichi istituzionali e potrebbe stare all’opposizione.
A un certo punto si è parlato di un codice di autoregolamentazione da stilare in sede di ministero per mettere un po’ di pezze a tamponare l’emorragia commerciale che sta flagellando la tv pubblica soprattutto per quel che riguarda i reality: subito Ventura si è candidata a farne parte, ben accolta dalla controparte al governo. Come a dire: chi controlla i controllori? Volemose bbene, va.
Certo che si tratta di una deriva. Inarrestabile e infinita (è inutile chiedersi dove andremo a finire, semplicemente si continua). Insensata, se non per i quattrini che ci sono in ballo. Da anni la Rai si trova a rincorrere sul fronte degli ascolti la concorrenza delle reti Mediaset. O viceversa, con alterne fortune a seconda della fascia oraria. E la qualità autentica non premia. Tanto poi basta andare in un talk show e dire: «…ma allora secondo lei gli italiani sono una gran massa di coglioni?…» Risposta: « … ma certo che no! Se danno un così gran seguito a questa produzione, evidentemente devono esserci degli aspetti profondi da considerare. Tuttavia …» e avanti così. Non c’è mai nessuno che si permetta di dire semplicemente «Sì!». Questioni di consenso, sa.
Dunque arriva il momento che si cerca di tamponare in extremis: ma un librino da leggere e commentare? Ma un quotidiano da tenere in bella vista sulla mensola della “casa”? Perché no ? Non ci sarebbe nulla di male, no, signor megapresidente della multinazionale dell’intrattenimento di massa ?
La figura dell’intellettuale (spero che non si offenda) alla fine l’ha fatta proprio il tizio della Endemol: più ferrato nel maneggiare linguaggi e contenuti della televisione è risultato apparire lui il più preparato (almeno) interprete dei tempi moderni. Ma , naturalmente per ragioni commerciali. E’ stato l’unico a citare (prima che mi addormentassi) l’importanza dell’uso e della presenza della telecamera in queste produzioni. Il paradosso sta tutto qui: che chi deve quotidianamente confrontarsi con il consenso che ha fini prettamente elettorali non ha gran bisogno di riflettere sulle ragioni profonde di quanto dice: basta essere mediamente piatto e sintonizzato sulle lunghezze d’onda (anche quelle meno raccomandabili) del popolo che andrà a rappresentare. Chi invece deve confrontarsi più prosaicamente con il denaro e con ascolti che siano forti e crescenti e remunerativi in termini di inserzioni deve andare a studiare i linguaggi mediatici e i presupposti profondi che stanno alla base dell’immaginario collettivo, approfondirli e, come creta, plasmarli perché facciano scaturire numeri importanti adatti a contare soldi veri. Parlo dell’individuo, non della sua funzione. Questi sono i veri conoscitori del loro pubblico. Sono i cervelli più sofisticati che vanno ad ingrossare le fila dei quadri delle società private. Pagatissimi. E chi potrebbe dare loro torto.
Ma noi? Dovremmo accontentarci degli scudi di carta della Melandri?Sembrava passare quasi in secondo piano la potente pervasività che il medium televisivo ha per la maggioranza assoluta degli italiani. Come una specie di ammisione di colpa: visto che le cose stanno come stanno perchè impedire al servizio pubblico di prosperare anche con i lauti compensi forniti dal mercato pubblicitario? Surreale fino (allo spasimo) sentire Bruno Vespa dire: «Bisogna pur campare… ». Già.
Insomma affermare che, a mali estremi, potrebbe essere sufficiente far perorare la causa della parola scritta anche dai condannati alla fiction forzata è abbastanza paradossale. Significa non aver compreso (o far finta) un fattore molto semplice. Un reality è, essenzialmente, narrazione. E’ mettere sullo schermo, con tutte le limitazioni e gli impliciti che questa operazione comporta, una storia. Molte storie che vanno ad intrecciarsi su un palcoscenico che una volta è un appartamento, una volta è un isola o una fattoria o un ristorante. Aggiungere un libro come espediente di innalzamento del livello contenutistico vorrebbe dire aggiungere narrazione (vuota) a narrazione. Come leggersi un romanzo che racconta le avventure di un tizio che si sta leggendo un altro romanzo: “ …è sul divano e sfoglia una pagina dopo l’altra, si versa un bicchiere d’acqua, poi continua, dopo un piccolo sbadiglio si concentra … »
Oppure si potrebbe pretendere un commento alla lettura da parte dei partecipanti. Effetto di realtà, meglio evitare. Il senso ultimo di questo tipo di produzioni è proprio quello di inscrivere all’interno di un arco narrativo la banalissima vicenda quotidiana di persone normalissime, cambiando contesti o scenografie. E’ dare l’illusione del senso di un percorso umano qualsiasi. E’ attribuire significato e verosimiglianza alle vicende di tutti i giorni attraverso uno schermo. Un significato che si fatica a trovare, come direbbe qualcuno, nella Realtà Primaria. Cosa di cui forse si sente una mancanza bruciante.
Fa naturalmente riflettere il dato notorio che è uscito fuori nel corso della conversazione: il 44% degli italiani legge un quotidiano anche se saltuariamente. Quindi più della metà del nostro paese si informa esclusivamente attraverso la tv. Ma non vale dire che bisogna leggere i quotidiani perché si deve. Bisognerebbe aver voglia di leggerli. Bisognerebbe cercare di sentirsi più partecipi alla vicenda umana che ci appartiene più direttamente. E invece milioni di telespettatori si appassionano alle biografie di Sandra Milo o di tale Mauro o di tal’altra Marina. Certo non da oggi, ma mentre ieri poteva trattarsi di qualche decina di divi, oggi sono legione. Forse per sognare, per provare a intuire il senso di un percorso di vita che davanti a uno specchio vero sembra continuare a sfuggire. Bisogna riacchiapparlo e, che fortuna, c’è chi lo fa per noi tutti i giorni.
C’è chi parla con piglio da scienziato della comunicazione dell’Italia come del laboratorio mediatico più interessante del mondo. Una sorta di provetta dove poter verificare tutto quello che non si dovrebbe fare per sfuggire ad un destino ”telecomandato”. C’è chi dice che, vuoi o non vuoi, la televisione non è altro che un amplificatore di una tendenza che già esiste, e che quindi non inventa nulla di nuovo. Non fattore attivo di cambiamento ma solo esaltatore di istanze già presenti. Ma c’è anche chi dice che noi italiani siamo talmente avanti da aver frantumato anche questo scoglio: la televisione ha davvero cambiato l’Italia a sua immagine e somiglianza, ne ha plasmato le coscienze e ne ha irreggimentato gli spirtiti, creando una sorta di uomo medio ideale bersaglio di suggestioni e stimoli. Tutti cani di Pavlov. Forse non è inutile sottolineare che gli studi che affermano la prima ipotesi sono il frutto di professori per lo più statunitensi.
Chiudendo il cerchio: Aldo Busi è scappato a gambe levate. Ha messo in scena una collisione di linguaggi (e di contenuti) autentica ma assolutamente fuori luogo in quel contesto. Naturalmente ha fatto benissimo. Ma non è riuscito neanche in questo modo a far scaturire le contraddizioni profonde che animano le vicende di un reality, in fin dei conti, strampalato. Ha messo il dito dove andava messo. La radiografia della radiografia:
«Questi sono qui a far finta di essere veri, sono delle meschine marionette di se stessi.»
Tombola. Naturalmente è stato detto che nelle intenzioni Busi era stato precettato per innalzare il livello della trasmissione, per cercare di inserire contenuti un po’ più elevati per bocca di un intellettuale di chiara fama. Naturalmente non ci credo. Peccato che la sua fortuna Busi la deve proprio al fatto di essere un formidabile distruttore di codici e in questo senso ha tenuto fede precisamente alla sua natura. Ha abitato la pancia della balena e ne ha considerato dall’interno le ventresche. Con lui il reality ha esagerato.
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