Tolkien in Italia #1

Le vicende che ruotano attorno alla fortuna letteraria di J.R.R. Tolkien in Italia sono del tutto paricolari e con il tempo sono diventate quasi una sorta di sottogenere fra giornalismo e costume. Non mancano importanti implicazioni politiche e storiche. Ma anche filosofiche e religiose. Insomma un bel rebus. E’ uno di quegli argomenti alimentati da un fuoco sordo e latente che divampa all’improvviso quando meno te lo aspetti. E con una potente forza polemica, ogni volta. Il che accade abbastanza spesso per quanto strano possa sembrare. E in quartieri alti, dopotutto. Basta sapere più o meno dove parcheggiare l’auto e in quale pub decidere di entrare.

Quanto segue è la mia modesta opinione che mi sono costruito in qualche anno di frequentazione intermittente su queste faccende . Nessuna pretesa di esaustività, dunque, né tantomeno di Parole Definitive.

Ho conosciuto Tolkien atrraverso il Signore degli Anelli più o meno intorno al 92/93, quindi già grande, sui venti anni. L’occasione era data dal nascente interesse del gruppo di amici che frequentavo in quegli anni, per i giochi di ruolo.Il mitico GIRSA. Da ragazzino lo avevo intercettato distrattamente su suggerimento di un mio compagno di scuola, ma non gli avevo dato alcun peso. Forse anche disamorato dalla visione del film di Bakshi che, per quanto se ne dica diversamente, continuo a considerare di una bruttezza davvero imbarazzante. E poi non copre l’intero svolgimento della narrazione. Per fortuna o purtroppo, non ne parlerò.

Con la seconda chanche me ne sono letterariamente appropriato, quindi cuore e affetto piuttosto che mente e misura. L’ho letto e riletto un sacco di volte, così tante che ho perso il conto. Poi, giustamente, è stata la volta de lo Hobbit, quindi il Silmarillion, i Racconti Perduti, Ritrovati, Incompiuti, la Realtà in Trasparenza. Quest’ultimo davvero notevole: la corrispondenza epistolare di Tolkien con i suoi editori, con i suoi amici, con la sua famiglia, con i suoi colleghi. Ne scaturisce il ritratto di una persona preziosa e attenta, colta e onesta con una creatività e un amore per le cose del mondo fuori dal comune.

Col passare degli anni mi sono accorto di far parte di un club, la qual cosa un po’ mi metteva a disagio. Specie perché molti dei membri di questo club mi piacevano poco o punto. Ma tant’è, era grande il piacere di fare tardi indugiando a chiacchierare di Tom Bombadil in birreria o su una chat o su una mailing list.

Dopo un po’ si è cominciato a vociferare di un crescente interesse da parte di Hollywood nei confronti di Gandalf e compagnia, la Rusconi che vendeva i diritti alla Bompiani, quello di Bad Taste candidato papabile regista della trilogia (Peter Jackson). Vedrai che daranno la parte di Elrond a David Bowie… Bè, insomma, un crescendo che arriva, fra alti e bassi, fino ai nostri giorni nei quali lo Hobbit cinematografico (o molto altro)  pare proprio essere alle porte.

Torniamo al libro che uscì  in Gran Bretagna (editori Allen & Unwin) nel 1955. Ma stiamo in Italia.

Per quanto ne so la fortuna italiana di Tolkien pare ammantata di leggenda: era il 1967 e una bambina, o poco più (credo che all’epoca avesse sì e no una quindicina d’anni) si imbarca nella fatica della traduzione dei primi due libri del Signore degli Anelli. Su sollecitazione dell’editore Mario Ubaldini (quello di Astrolabio) le parole del professore di Oxford iniziano a trovare il loro vestito italiano. Come mai un autorevole editore romano mette nelle mani di una ragazzina siciliana un tomo così complesso ?

La ragazzina si chiama Vittoria Alliata di Villafranca, fra parentesi.
Figlia di Topazia Alliata di Villafranca (pittrice), e cugina di Dacia Maraini. Fu un membro della loro casata, Raniero Alliata di Pietragliata, entomologo, ad introdurre in Sicilia agli inizi del 900 il pensiero teosofico. Quello che fa capo a Madame Blavatsky, tanto per dire. Il motto che campeggia sulle travi e sulle pietre delle magioni di questa famiglia è duriora decoxi, cioè:«ne ho spezzati di più duri». La caparbietà. Fonte: Wikipedia.

Tornando alla traduzione: dunque il primo italiano ad interessarsi al testo tolkieniano con intenzioni commerciali è stato Mario Ubaldini, editore e fondatore della Astrolabio, intorno al 1967. Le sue pubblicazioni erano però all’epoca quasi esclusivamente saggi e non romanzi. Un po’ per questo e un po’ perché sembra che non riuscisse a trovare traduttori che fossero disposti ad un’impresa di 1500 pagine (sorvegliati a vista dal buon Ronald), tentennava, ma alla fine fu contattato quasi per caso dalla giovane Vittoria che aveva bisogno di lavorare per pagarsi gli studi e i viaggi di studio. Una telefonata dopo aver consultato le pagine gialle alla voce editori fu l’inizio della fiaba. Fu così tradotto e pubblicato il primo libro della trilogia, la Compagnia dell’Anello. Senza alcun successo.

L’editoria italiana sta attraversando in questo periodo (nulla di anormale, del resto) momenti difficili. La Cultura pare essere saldamente in mano alla sinistra comunista. E’ un momento storico sicuramente effervescente quello uscito dalle suggestioni sessantottine. A certe istanze si dà peso, a certe altre si preferisce attribuire la patente di perdita di tempo. Mentre l’epoca aveva fretta, c’era tutto un mondo da costruire. Questo per dire che anche in altri ambienti il professore di Oxford non era certo passato inosservato. Drammatizzando: è che Gyorgy Lukacs non avrebbe certo approvato. Bisognava mettere l’accento solo sulle lotte operaie, sulla coscienza di classe, sulle contraddizioni del modo di produzione capitalista. Drammatizzando: l’intrattenimento (o il presunto tale) e men che meno l’evasione non dovevavo assolutamente avere cittadinanza. Come ci si può incamminare verso la rivoluzione al fianco di un re, di uno stregone, di qualche nano e di un elfo? Quelli biondi e alti con gli occhi azzurri ? Per l’amor del Cielo! Chi l’ha tradotto? Una principessina borbonica? Per carità!

L’ho fatta un po’ tragica, ma questa è l’mpressione che ho su come devono essere andate le cose, fra il serio e il faceto.

A proposito di questo: ricordo un’intervista bene o male recente fatta a Angelo Branduardi nella quale il menestrello di Cuggiono raccontava le difficoltà incontrate all’inizio ella sua carriera per la pubblicazione del disco che lo avrebbe di lì a poco fatto esplodere: Alla fiera dell’Est. Insieme al suo produttore Davide Zard venivano rimbalzati da una casa discografica all’altra. Nessuno sembrava credere nel progetto, sostanzialmente perchè canzoni di stampo religioso non “potevano” attecchire in un mercato dominato in quegli anni dai temi della contestazione.
Questo sito ne racconta la vicenda:

“Di questa roba o non ne veniamo una copia o ne vendiamo un milione” la profetica frase fu del discografico che alla fine si decise a pubblicare un disco che per mesi nessuno aveva voluto. Addirittura alla RCA con cui Branduardi aveva pubblicato in sordina i primi due album, si erano mesi a ridere sentendo quell’assurda filastrocca di cani che mangiano gatti che mangiano topi. L’album vendette tre milioni di copie restando un anno in classifica.
Ma non subito.
Il fatto era che Branduardi, sua moglie Luisa che si occupava dei testi e Maurizio Fabrizio (splendido e sottovalutato autore) che curava gli arrangiamenti vivevano in un mondo tutto loro. Alla metà degli anni ’70, se eri un cantautore dovevi essere impegnato politicamente e socialmente. Altro che storielle di cervi, corvi, nuvole e fiori. Non era facile, allora, credere in quella roba. David Zard, storico produttore e organizzatore di concerti, ci credette: organizzava il tour di Gloria Gaynor e alla fine di ogni serata, con l’incasso pagava sala di registrazione e musicisti. “Alla fiera dell’est” nacque così, come una scommessa di un pugno di persone che credevano in qualcosa che non si era mai sentito prima. Almeno in Italia, perché poi Cat Stevens, diversi gruppi progressive (Gentle Giant e Genesis in testa) e decine di musicisti dediti alla tradizione celtica, questi terreni li battevano già da tempo. Per l’Italia, invece, queste canzoni che sapevano di fiaba e medioevo, rimandavano ai reel e alle gighe del nord Europa quanto alla musica rinascimentale e alla tradizione ebraica, erano un novità. […]”

L’aria che tirava in quel momento.

Insomma alla fine Ubaldini desiste e la pila di fogli dattiloscritti dalla ragazzina siciliana vanno a finire (regalati, a quanto pare, curiosa coincidenza con la fabula) alla giovane casa editrice milanese Rusconi (quelli di Gente, il settimanale) sul tavolo di Alfredo Cattabiani, direttore editoriale. Chi era costui ? Un intellettuale di destra, mi sento di poter dire senza tema di smentita. Molto interessato alla Tradizione e alle sue articolazioni più o meno mitiche. Ma anche mistiche. Molto istruito di bestiari medievali e vicino agli ambienti più eminenti di un certo tipo di cattolici praticanti: quelli più interessati alla Tradizione e alle sue articolazioni più o meno mitiche. Ma anche mistiche.

Ricordo un articolo moto piccato di Umberto Eco che, grosso modo in quegli anni, si scagliava contro questo tipo di potentissima area di pensiero al grido di «Luce, più luce!», o, come sarebbe più opportuno, «Licht, mehr licht!». Ma questa è un’altra storia.

IPSE DIXIT

I NUOVI MISTERI DI PARIGI

Sulla Civiltà Cattolica di maggio appare una recensione al mio Trattato di semiotica generale a firma E. Baragli. La recensione è breve ma corretta e in questi casi si ringrazia l’autore, anche se fa delle riserve come è suo diritto. Se intervengo polemicamente è perché la frase che chiude questa recensione avrebbe potuto essere scritta a proposito di tanti altri libri e ricerche oggi in circolazione e riguarda quindi un problema generale che concerne, diciamo, le scienze umane contemporanee.

Per informazione del lettore riporto la frase per esteso: «Ma questa lussuosa girandola di segni, segnali e icone, marche denotative e connotative [segue un elenco di termini tecnici oggi di uso generale]… ci sembra, più che altro, un gioco a vuoto, che non approda a evidenze maggiori di quelle raggiunte dai vecchi trattati scolastici di logica e retorica, di psicologia e filosofia del linguaggio. Et pour cause! Si ha un bel far confluire nella da poco legittimata disciplina autonoma della semiotica tutta la massa degli elementi e dei problemi, vecchi di duemila anni, che riguardano la significazione e la comunicazione umana: la natura intima dell’intelletto e della parola dell’uomo resteranno per sempre un mistero insondabile.”

Non mi soffermo più di tanto sulla prima parte di questa critica. Tutta la logica e la linguistica moderna stanno riscoprendo da tempo che i vecchi trattati scolastici di logica e retorica erano dei capolavori di intelligenza ed era solo la pesante eredità della retorica letteraria umanistica, rinascimentale e barocca che li aveva lasciati nel dimenticatoio (per una serie di ragioni giustificabili storicamente ma infelici dal punto di vista dello sviluppo scientifico). E dunque se parlare oggi di queste cose ci servisse anche soltanto a riformulare in termini moderni le scoperte di quel periodo di grande e alta civiltà della ragione, sarebbe anche una buona cosa. E l’ultimo che dovrebbe dolersene dovrebbe essere un padre gesuita. A meno che sia irritato per il fatto che quei vecchi trattati scolastici erano sovente scritti da persone come Ockham che facevano a loro modo, nei limiti consentiti dall’epoca, una loro fiera battaglia laica, svuotando oltretutto la logica e la semiotica (perché di semiotica si trattava, come insegna un grande studioso della logica medievale, il padre Bochenski) di molte loro implicazioni teologiche e metafisiche. Ma non credo che padre Baragli faccia distinzioni del genere. Nel fatto che questi scolastici spaccassero il capello in quattro per capire cosa succede quando emettiamo parole o altri segni, arrivando a porsi il problema della loro convenzionalità e quindi della loro socialità, ci deve essere qualcosa che non gli piace, anche se nominalmente erano tutti cardinali, vescovi o monaci (ma allora era lo stesso come dire che avevano potuto studiare).

E cosa sia che non va emerge dalle righe finali: non si deve cercare di spiegare ciò che rimane e rimarrà un mistero (insondabile, ovviamente, come ogni mistero). Ora, che quando ci si richiama ai misteri ci sia sempre sotto un trucco, lo ripetevano anche Marx e Engels nella Sacra Famiglia. Misteri di Parigi e misteri dello Zanichelli, qui c’è sempre qualche mistero da conservare.

Visto che c’è gente che si diletta coi misteri della camera chiusa, col mistero del castello abbandonato e con la teleferica misteriosa della Biblioteca dei miei Ragazzi, non si vede perché negare a padre Baragli il gusto di rispettare il mistero della parola e dell’intelletto umano. Ma si tratta di autorevole persona che scrive su autorevole rivista di un autorevole ordine religioso che si occupa anche dei destini politici del nostro Paese, ed è mio diritto (se non altro di semiologo) cercare di vedere come tutti questi fatti si leghino dal punto di vista del richiamo al mistero.

Dirò subito che sto qui analizzando uno degli aspetti della cultura cattolica ma che sarei ingiusto se identificassi questo aspetto col modo di pensare cattolico tout court. È il modo di pensare di quel filone cattolico che si è sempre trovato allineato con la cultura reazionaria “laica”, ovvero con la cultura tradizionale di tipo “religioso” ma non cattolico, tanto per capirci la corrente che fa capo alle edizioni Rusconi e che conduce una polemica contro la modernità come prodotto dell’infausto illuminismo. Questa modernità viene infatti sempre accusata di voler turbare la sacralità dei misteri per cercare di trovare, là dove si credeva che ci fosse mistero, delle regole, magari biologiche, magari storiche, magari (orrore) sociali.

È cosa da libro di scuola (e quasi da polemica anticlericale ottocentesca) ricordare a cosa ha condotto questo gusto del mistero: non si devono sezionare cadaveri, non si deve spiegare come viene il ballo di san Vito, non si deve capire cosa sia la scrofola perché la si definisce come quella malattia misteriosa che si guarisce solo col tocco di una mano regale, non si deve guardare nel cannocchiale, non ci si deve lavare le mani prima di aiutare una partoriente, non si deve esplorare l’inconscio, non si deve insegnare la matematica ai semplici e agli umili e così via. Eppure si muoveva.

Ma il dire che l’animo umano è un mistero assume oggi altre forme: è un mistero la radicale disuguaglianza degli uomini, è un mistero di natura perché avvengano le alluvioni, è un mistero sapere quando un feto possa essere definito un essere umano, è un mistero il perché gli italiani non siano portati alla democrazia, è un mistero perché la lira improvvisamente scende, è un mistero chi siano gli amici dell’illustre parlamentare, è un mistero chi abbia messo le bombe a piazza Fontana. E tutti coloro che cercano di chiarire questi misteri turbano in fondo l’armonia del mondo e diffidano della provvidenza che poi mette a posto le cose per vie misteriose. Naturalmente gli ultimi misteri che ho citato non vengono presentati come misteri metafisici ma come misteri pratici. Però alla radice della mentalità fatalistica che permette che non siano chiariti, alla radice delle consuetudini mafiose che bloccano ogni indagine c’è una persuasione metafisica duplice: da un lato l’insondabilità del cuore umano, dall’altra la sua radicale fragilità e la sua malvagità originale. Visto che poi questi misteri si lasciano risolvere in pratica agli unici poteri a cui è demandato l’esercizio illuministico della razionalità, e cioè all’industria, diciamo che questo è un bel tipo di pessimismo della ragione e di cottimismo della volontà. Al di là della battuta, a cui non ho saputo resistere, diciamo pure senza peli sulla lingua che ogni volta che qualcuno mi agita davanti agli occhi un mistero, c’è dietro un rapporto di sfruttamento.

Se la parola umana è un mistero non si capirà mai perché i negri americani parlano con una grammatica diversa dai bianchi, perché la scuola parla e non riesce a educare, perché una massaia di disagiate condizioni economiche compera via postal market un oggetto desueto che non le servirà mai. Non dico che i logici medievali o i semiotici moderni ci aiutino sempre a capire queste cose, ma qui si è andati oltre la polemica iniziale e si sta disegnando un confine tra chi si richiama al rispetto dei misteri e chi vuol capire il meccanismo che sta dietro ai misteri. I secondi non presumono di chiarire tutti i misteri, ma non si rassegnano. I primi, più che altro ci chiedono, a noi, di rassegnarci.

Non ci sto, padre. Licht, mehr Licth.

1976

Insomma erano anni difficili e contraddittori. Sicuramente pieni di vitalità, che non è mai male.

§

Così, lo stesso Tolkien, in una lettera del 3 Aprile 1956 ai suoi editori Allen & Unwin.

“[…] E’ comunque altrettanto naturale che un autore, finchè è ancora vivo, si preoccupi profondamente e immediatamente della traduzione.  E, in questo caso, sfortunatamente, l’autore è anche un linguista di professione, un pedante professore, che ha relazioni e amicizia personale con i principali studiosi di inglese del continente. […] La traduzione del Signore degli Anelli si dimostrerà un compito difficile, e non vedo come possa essere svolta soddisfacentemente senza l’assistenza dell’autore. Un’assistenza che io sono pronto a dare, se richiesta.”

[continua QUI]

11 comments for “Tolkien in Italia #1

  1. Klein
    27 aprile 2010 at 23:58

    Da questo punto di vista, Tolkien è l’esempio più significativo di come opere così complesse si siano nel tempo affermate nonostante quella pregiudiziale alla quale accennavi. Pregiudiziale che oggi resiste: nonostante il mondo della critica non sia più così monolitico, chi si è formato in quegli anni ancora oggi non riesce a digerire il Signore degli Anelli e preferisce disprezzare questa storia di “elfi e mostri” senza nemmeno provare a comprenderne il valore. Vedi certi articoli pubblicati su giornali “di sinistra” al momento dell’uscita del film: l’attacco non era rivolto al film di per sé, ma ancora una volta a Tolkien. Ne consegue l’equivoco che vede l’opera di Tolkien spesso considerata come capostipite del genere “fantasy”. Ed è un equivoco, confermato da tutte quelle persone che dicono “mi piace il fantasy ma al di là di Tolkien non ho trovato nient’altro di così bello”. Essendo membro a tutti gli effetti di quel “gruppo di amici” di cui dicevi, anche io ho conosciuto Tolkien attraverso il percorso di cui parlavi, e credo che come te sono stato conquistato, negli anni successivi, proprio da tutto quello che segna la distanza tra le opere del professore e ciò a cui sono state, per equivoco, associate, da chi quella distanza non ha voluto percorrerla, percepirla, obnubilato da un’ortodossia kulturale allergica a tutto ciò che non rientra nelle sue limitate prerogative.

  2. 28 aprile 2010 at 20:15

    Ma sì, infatti in parte è anche per questo che mi è piaciuta l’idea di iniziare a raccontare tutto questo nel modo in cui l’ho vissuto io. Confesso che, quando ho tempo, se vedo saltare fuori un’altra puntata di questo romanzo nel romanzo cerco di non perdermela. Nel senso che è una storia molto interessante di per se, piena di prese di posizione (da parte di ambienti di varia natura), rivendicazioni orgogliose, varia umanità e personaggi principali di tutto rispetto. Ogni tre per due esce un articolo su un giornale che dice qualcosa, cui subito risponde il controarticolo (polemico), finchè non si apre il dibattito, prima on-line e poi off-line (nei casi più efferati) . Che palle, dirai. Giusto. Il fatto è che la storia politica dei nostri giorni, per certi versi deve molto a queste temperie, di allora e di oggi. Insomma per me è un’ottima cartina di tornasole, qualunque cosa voglia dire cartina di tornasole. Per dire, proprio stasera a Firenze, al teatro Puccini, Marco Tarchi parlerà della vicenda dei “Campi Hobbit”.
    Tengo a sottolineare di nuovo che non sono affatto uno specialista della materia, tuttavia col passare del tempo ho accumulato una serie di pensieri e suggestioni che mi fa piacere condividere con chiunque ne abbia voglia. Anzi, potrebbe essere un tentativo di far affiorare nuovi e non considerati elementi: chi ne ha si faccia pure avanti, lo spazio dei commenti è a disposizione. Per esempio, non sono riuscito, almeno per ora, a capire se prima di Ubaldini qualche altro editore avesse considerato seriamente l’opportunità di imbarcarsi in questa impresa. Presumo di sì, ma più che farvi riferimento nei termini di “aria di un certo tipo” che tirava all’epoca in campo editoriale, sarebbe bello ricostruire un rifiuto concreto (e con allegate motivazioni, le faremo sapere).
    Ah, salutami HoundMartigan ! 🙂

  3. 29 aprile 2010 at 11:02

    Credo anch’io che le cose siano andate più o meno così, anche se quel “to be continued” cela molto altro, ovvero la smaccata opera di mistificazione operata dai fascisti evoliani nel corso degli anni Settanta-Ottanta, e in parte ancora in corso.
    E credo anch’io, come Klein, che a monte di tutto ci sia l’annosa questione del fantastico in letteratura e l’equivoco snobismo della critica di sinistra. Nel suo blog, Loredana Lipperini si occupa spesso di questa faccenda, riferendola ad esempi concreti tratti dalla cronaca editoriale dei giorni nostri (vedi ad esempio il post di oggi, 29 aprile).
    Infine aggiungo che la battaglia per la Terra di Mezzo è ancora in corso, perché Tolkien è tutt’ora un autore prolifico, grazie al lavoro del figlio Christopher, e questo è un motivo in più per considerare attuale il lavoro critico su questo autore. C’è un vuoto quarantennale da colmare!
    Auta i lòme.

  4. 30 aprile 2010 at 15:20

    Ah, sì? Allora io ci piazzo un bel
    «elen síla lúmenn’ omentielvo»
    E del resto sembra trattarsi proprio di una stella mattutina ;-).

    Una volta di più mi viene da constatare che la cronaca editoriale si rivela uno strumento molto valido per capire e approfondire le vicende di un periodo storico, ma anche per la quotidiana contemporaneità.
    Se poi ci mettiamo dentro anche i giornali, figuriamoci.

  5. 5 maggio 2010 at 15:12

    Ecchè posso mancare io?
    Mi ci butto a pesce.

    Vi ammorberò con le solite frecce del mio arco (elfico ovviamente).

    Bisogna considerare che prima della vera e propria rivoluzione culturale degli anni ottanta che ci ha lavato il cervello con robot, supereroi, uomini bionici e supermacchine, da noi non esisteva una cultura dell’intrattenimento che comprendesse giovani e adulti. C’era una prolifica cultura della letteratura per l’infanzia e una cultura degli adulti, seria concreta e fortemente politicizzata (come il buon Sir Robin ci ha stupendamente descritto).
    Il presente era un imperativo categorico, lo era a tal punto che molti pensano che il presente sia ancora quello, mentre ne siamo fuori di anni luce.
    Tolkien arriva in questo clima, non è pinocchio e nemmeno pirandello o pasolini…
    Dove lo mettiamo? La letteratura purtroppo non si spande come la musica, “Alla fiera dell’est” è arrivato direttamente alla gente come polline ed è stato amato. Tolkien è rimasto chiuso, chiuso e custodito dalla compagnia del fasciello, da un gruppo di nostalgici evoliani alla ricerca di graal, tradizione e redenzione non hanno esitato a calpestare l’argine letterario e usare tolkien anche contraddicando tolkien stesso.

    Dani.

  6. 5 maggio 2010 at 17:14

    Ciao Dani ! Bienvenue 🙂
    Siamo d’accordo. Ma sai a volte la leggerezza e l’mmaginifico prendono sentieri obliqui. Tutto fa, diceva mia nonna. Poi dipende dalle circostanze.
    Ti racconto questa. L’altro giorno sono andato al cinema a vedere Iron Man (naturalmente per poi farne una lettura socio-demo-etno-eco-macro-sociologica :-)). Insomma, alla fine del film, dopo i lunghissimi titoli di coda avevo il sospetto di trovare una breve anticipazione del prossimo sequel e infatti c’è stata. Il clou di questi due/tre minuti è stata l’apparizione, in mezzo a un cratere nel deserto messicano, niente di meno che di Mjolnir il martello di Thor, tanto che ho detto ad alta voce: – Cazzo!-
    Mi ha sentito un gruppo di ragazzini/e sui 16-17 anni credo. Mi hanno guardato interrogativi rispetto al mio entusiasmo e io guardavo interrogativo loro per la loro indifferenza. Allora ho detto: -Ma è il martello di Thor!- e una mi ha detto: -E chi è Thor?-.
    Giusto.
    Ma a volte ringrazio il cielo di essere born in the seventies!

  7. Daniele Marotta
    6 maggio 2010 at 12:27

    sono d’accordo, noi siamo stati in un certo senso i primi o i secondi a subire, per fortuna, l’impatto massiccio della “rivoluzione animata” ed è la generazione degli anni settanta che poi ha portato con se il polline dell’intrattenimento, ampliando mercati di tutti i generi dai videogiochi a film ed infettando tutti gli ambiti della vita adulta. Chiaramente il lessico dell’industria dell’intrattenimento è il nostro pane, siamo cresciuti insieme.
    Noi sappiamo cosa è Mjolnir, o almeno chi è thor, l’industra dell’intrattenimento lo sa, i ragazzini lo conosceranno come il remake di un concetto ‘classico’.
    E’ proprio lì che volevo arrivare: la cultura pop ormai è stra stra avanzata, le sue icone sono dei classici nel vero senso della parola.
    Chi non condivide questo codice ha delle grosse grosse difficoltà a decodificare il presente. Chiaro non si parla di aspetti vitali del vivere, si campa lo stesso, ma non si riesce ad avere piena coscienza di questa epoca.
    La cultura popolare d’intrattenimento è stata costituita in gran parte dall’immaginario fantastico del novecento, da tolkien e dai fumetti. Non capirne vuol dire non saper giudicare bene e lasciare adito a interpretazioni erronee.
    L’italia non era in grado di collocare tolkien così come gli adulti che nel 1988 andarono a vedere il filmetto ‘Tutto quella notte’ in cui una bambina è fan di Thor, non sapevano cosa fosse il fumetto e che fosse già un classico.

    paso..

  8. torden
    13 gennaio 2012 at 03:11

    e ovviamente non poteva mancare il parere di Wu Ming, sempre ossessionato dai fascisti evoliani che avrebero strumentalizzato Tolkien. Come al solito, se un autore è di destra allora bisogna prima ignorarlo, poi attaccarlo e infine decontestualizzarlo. Mi spiace che non si possa mai affrontare un autore senza la solita reazione di chi deve sempre incasellare il mondo.

  9. 13 gennaio 2012 at 23:54

    Ma veramente che in Italia i fascisti più devoti alla tradizione con la t maiuscola si siano appropriati di Tolkien in maniera pretestuosa è storia nota. Quello sì che è stato un incasellamento forzato. Una semplificazione che però negli ultimi tempi sta conoscendo uno smascheramento molto opportuno proprio grazie all’ottimo lavoro di appassionati come Wu Ming 4 (alias di Federico Guglielmi) o Roberto Arduini i cui articoli e libri ti consiglio vivamente di cercare e leggere. Benchè spesso ritenuto a torto un libro per ragazzi il SdA è un oggetto complesso, uno dei più bei libri mai scritti che ad ogni rilettura matura disvela nuovi cammini: congelarlo all’interno di una stanza angusta dalle porte sbarrate e dalle finestre chiuse per l’eternità non gli rende affatto onore.

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