Intervista a Wu Ming

Hersilius Klein

Era una bella mattina dei primi di Maggio. A dispetto della stagione l’aria era fresca, segno di una primavera che intanto tardava ad arrivare. Hersilius Klein e Sir Robin decidono di andare a cercare Wu Ming per scambiare due parole e ne scaturisce una intervista bellissima e densa.

L’incontro è avvenuto in un luogo che non esiste, una stanza virtuale nel palazzo di Skype, il suono che lo ha accompagnato è stato il trapestio aritmico del battere sulla tastiera di un portatile. Il collettivo bolognese al gran completo, colti nel bel mezzo di una delle loro periodiche riunioni:

« Qui ci siamo tutti, in formazione “Sceneggiatori di Boris“. Uno al computer, gli altri intorno che suggeriscono/dettano.»

Wu Ming è il nome collettivo scelto da quattro scrittori italianissimi di stanza a Bologna. E’ un’espressione cinese che significa “senza nome”. Sono quattro ma qualche volta agiscono come un sol’uomo, altre volte intraprendono progetti solisti. Come una band musicale che porta avanti un progetto condiviso ma che incoraggia la perlustrazione individuale di nuovi territori, in questo caso narrativi, per poi tornare alla base carichi di esperienze stimolanti da raccontare.

Per fare un breve riassunto delle (tante) puntate precedenti, ci soffermiamo sul primo romanzo, che è uscito nel 1999. Si intitola Q e il collettivo si firmò con il nome Luther Blissett. Un “western teologico“, come loro stessi lo hanno presentato, che ha ridefinito il romanzo storico, rendendo la vicenda narrata un’allegoria del nostro tempo e fornendo un secondo livello di lettura. Non è un caso che tra le voci che allora circolarono ci fu anche chi, con una certa insistenza, volle ravvedere in questa operazione lo zampino di Umberto Eco, che con Il nome della rosa dimostrò per la prima volta che tutto questo non solo era possibile, ma era anche bellissimo.

Per capire meglio quale fu la portata di Q, riportiamo un breve passaggio preso da Wikipedia che ci sembra efficace.

Una lettura politica di Q sostiene che la vicenda sia un’allegoria della situazione europea dopo lo spegnersi dei movimenti di protesta nati con il Sessantotto e attivi negli anni settanta. Quel che la Controriforma fu per le chiese radicali e rivoluzionarie del primo Cinquecento, il reaganismo, il neoliberismo e il pensiero neoconservatore sono stati per le utopie controculturali di ogni tipo fiorite dall’Estate dell’amore del 1967 e dal Maggio parigino. Per questo gli stessi membri del collettivo hanno descritto il romanzo come un “manuale di sopravvivenza”.

Il secondo romanzo si intitola 54, e da quel momento il collettivo si firma Wu Ming. Sono seguiti altri lavori, anche progetti da “solisti”, che hanno mantenuto quella potenza allegorica di cui parlavamo facendone la costante. Per questo, nella nostra intervista, siamo partiti proprio dal romanzo storico e da come questo collettivo di autori ha deciso di cambiarlo e riconsegnarcelo.

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L’intervista

[GOODTHING] Come mai secondo voi c’è un nuovo fiorire del romanzo storico? Ne siete in parte gli artefici?

WU MING

L’Italia non può che essere terreno fertile per la narrazione storica, vista la scia di cose turpi e cose turche, stragi, guerre, misteri, insurrezioni, invasioni, e in generale per tutta la “memoria non condivisa” che un Paese eternamente spaccato a metà continua ad alimentare.

Abbiamo alle spalle, anzi, sulle spalle, almeno quattro grandi imperi.

Su queste terre si sono fatti tutti gli esperimenti politici che si possano immaginare e qui da noi sono confluite tradizioni di ogni sorta che si sono ibridate ed è un Paese così diverso al proprio interno, dal punto di vista orografico, storico-geografico, glottologico.

Aggiungiamo poi che la “location” dell’Italia è particolare, infilata come un cuneo nel Mediterraneo, si allunga dalla Mitteleuropa al Nordafrica, confina con paesi diversissimi tra loro, dalla Francia alla Slovenia (ieri Jugoslavia): è chiaro che un romanziere storico troverà, soltanto guardandosi intorno, ogni sorta di bendiddìo da cui trarre ispirazione.

Negli ultimi anni la questione della “memoria non condivisa” è diventata una questione politica urticante e all’ordine del giorno, di ogni singolo giorno.

Ogni importante snodo della nostra storia è materia di contesa perché come dicevamo sopra l’Italia è stata costantemente spaccata – come minimo – in due; oggi c’è una parte di nazione che si crogiola nella bambagia di un eterno “fascismo antropologico” e un’altra parte che, benché messa a dura prova, quel fascismo antropologico si sforza di contestarlo o come minimo non vuole esservi trascinata dentro.

Questa è una rappresentazione ovviamente schematica: all’interno di ciascuna metà vi sono spiccate differenze di comportamento, ma è per fare a capirci.

La storia d’Italia è in qualche modo la storia di questa divisione, di questa cesura che esiste tra le due metà del Paese, per ogni fatto storico o snodo cruciale esiste come minimo una doppia angolatura: Risorgimento, rapporto stato-chiesa, Fascismo, Resistenza, prima repubblica, anni settanta, Tangentopoli, berlusconismo… Trovateci un unico momento della storia patria su cui esista un benché minimo consenso nell’arena pubblica.

Non stiamo parlando del dibattito accademico, delle contese tra storici: in quel campo, un minimo minimo di consenso sui fondamentali esiste.

Parliamo della vulgata storica che percorre i media.

Ok. Ma cosa intendete per fascismo antropologico?

Gobetti disse che il fascismo era (ed è) “autobiografia della nazione”.

Il fascismo è un testo nel quale la nazione legge se stessa: è una sintesi di alcune caratteristiche salienti di una “italianità” che si riproduce, con minime variazioni, a ogni generazione.

Monicelli nell’intervista a Santoro ha detto, più o meno: “Ogni tanto gli italiani decidono di smettere di pensare, delegano qualcuno a pensare per loro, e si dicono: o la va o lo spacchiamo. Se va bene, godremo dei vantaggi e non avremo avuto bisogno di pensare. Se va male, scarichiamo tutte le colpe addosso a lui e lo impicchiamo a testa sotto”.

Nella cultura di mezza Italia si registra una costante ricerca di scorciatoie e accomodamenti che permettano di eludere le responsabilità etiche e politiche, un modo di rifiutare le responsabilità che la vita comporta è la definizione ricorrente di un capro espiatorio. Oggi il capro espiatorio che torna più utile è il migrante, razzismo e xenofobia impazzano.

Un soggetto fantasmatico che per lungo tempo ha funzionato da capro espiatorio è stato il comunista, Berlusconi lo usa ancora. E’  grazie all’anticomunismo, che si è definito in Italia ai tempi del Biennio Rosso, che ogni esperimento autoritario riesce sempre a trovare consenso in almeno metà del Paese, questo anche in totale o pressoché totale assenza di comunisti.

Comunisti” è una figura retorica, una metonimia: sta per chiunque appartenga o sia percepito come appartenente all’altra metà del Paese. Ogni forma di fascismo, conservativa o mutante che sia, troverà sempre humus nella cultura italiana, “cultura” intesa appunto in senso antropologico, cioè insieme degli usi e costumi, delle tradizioni, dei riflessi condizionati collettivi.

“Fascismo antropologico” è un’espressione usata diverse volte da Pasolini.
Foucault
e Deleuze si sono riferiti più volte a un “microfascismo” che appartiene a tutti noi e che dobbiamo imparare a riconoscere, per prevenirne le manifestazioni e investire in modo migliore quelle energie e pulsioni.

Qui in Italia si è guardato troppo al fascismo nella sua manifestazione storica, al fascismo come regime politico e, a parte pochi osservatori lungimiranti, come appunto Gobetti, e poi Pasolini etc…, si è sottovalutato il fatto che il fascismo storico non è causa ma conseguenza di qualcosa di più profondo e radicato nel carattere nazionale.

Per parlare del presente, spesso si usano livelli allegorici, storici o fantascentifici. Questo succede perchè parlare direttamente del presente è meno efficace oppure perchè è più pericoloso/scomodo?

Noi possiamo parlare solo per noi stessi, non a nome di altri colleghi scrittori.

Per quel che ci riguarda, noi finora abbiamo confinato la narrazione diretta del presente in alcuni racconti come “Momodou” che racconta l’uccisione a sangue freddo di un migrante da parte di carabinieri o “American Parmigiano” che racconta la disillusione, la “fuga dei cervelli“, Oppure in alcuni libri solisti, come quelli di Wu Ming 2.

Per il resto, preferiamo lavorare con la storia perché ci offre tantissime possibilità, fonti, e soprattutto distanza, anzi, una molteplicità di distanze da cui affrontare la narrazione. Siamo topi d’archivio.
Ma oggi, proprio per la situazione di cui parlavamo nella prima risposta, l’archivio è un luogo politico, la storia *è* il presente.

Aggiungiamo poi il fatto che molte narrazioni situate nella contemporaneità di chi scrive invecchiano in fretta. Le narrazioni che lavorano sulla storia sono meno legate alla contingenza e a quel che c’è dietro l’angolo.

A proposito di archivio: cosa pensate delle nuove possibilità offerte dalla rete e soprattutto come inquadrereste la migliore politica per una gestione della complessità e abbondanza informativa che la rete rappresenta.

L’accesso infinitamente più semplice e rapido a una quantità di fonti che era inimmaginabile fino a pochi anni fa sta trasformando l’approccio del romanziere storico. Noi spesso diciamo che i nostri non sono romanzi “di ambientazione storica“, com’erano i romanzi storici di una volta ma sono romanzi “di trasformazione storica” nel senso che la disponibilità di fonti e contro-fonti che vanno a mappare ogni argomento quasi in scala 1:1. Permette di andare talmente a fondo, di entrare nei meandri delle relazioni tra personaggi, di innervare l’elemento di fiction in recessi prima irraggiungibili che alla fine ti trovi a lavorare *direttamente* con la storia, l’hai portata in primo piano, non è più sullo sfondo.

Un indizio di quel che sta accadendo è la mutata proporzione, in molti romanzi storici, tra personaggi realmente esistiti e personaggi fittizi, inventati dall’autore.

Nei romanzi storici d’antan, i personaggi erano generalmente fittizi, spesso erano dei “tipi” creati ad hoc per rappresentare questa o quella componente della società: il borghese rampante, il militare, la suora, il nobile decaduto, il bambino preso dall’orfanotrofio…

Le vicende di costoro si svolgevano contro il fondale di grandi eventi storici: le guerre napoleoniche, la restaurazione post-Congresso di Vienna, la prima guerra mondiale, il Risorgimento… Poi ogni tanto, nemmeno sempre, facevano capolino alcuni (davvero pochi) personaggi realmente esistiti. I loro erano più che altro dei “cameo”. Di solito erano nomi grossi, tipo Mazarino, Richelieu, Danton

Oggi, se facciamo attenzione a questo dato, la proporzione si è rovesciata: in molti romanzi storici, in primis i nostri, la maggior parte dei personaggi viene dritta dalle fonti, sono persone realmente esistite e non necessariamente stra-famose, magari le abbiamo trovate nelle pieghe di cronache minori, ma sono esistiti, gli storici li citano. Talvolta, pur essendo rimasti misconosciuti, hanno avuto ruoli e funzioni importanti, hanno preso decisioni cruciali e fatidiche etc…

In Manituana, tutti i personaggi sono reali a parte Philip Lacroix ed Esther Johnson.

In Q, sono pochissimi i personaggi inventati da noi, persino certe apparizioni minori, certe meteore che solcano lo spazio della narrazione per una pagina o poco più, vengono dritte dalle fonti. Anche la maggior parte dei nomi che il protagonista assume sono nomi veri, emersi dalla ricerca.

Dov’è in Q l’elemento di invenzione? E’ nella correlazione tra gli eventi e le esistenze. Noi ci immaginammo che tutti quei nomi trovati in corrispondenza di rivolte ed eresie fossero in realtà pseudonimi di uno stesso personaggio.

Questa è quella che chiamiamo “la lamina“. Per noi l’invenzione narrativa è qualcosa di sottile, appunto una lamina, che inseriamo nelle fessure tra gli eventi realmente accaduti.

In Altai l’io narrante è un personaggio di invenzione, ma lo facciamo muovere nelle pieghe, nelle crepe, negli anfratti della storiografia. Incontra e si relaziona – paritariamente, questo è importante – con personaggi veri: Yossef Nasi, Reyna Nasi, David Gomez, Ralph Fitch, Mehmet Sokollu, Solomon Ashkenazi, Lala Mustafa Pasha, Marcantonio Bragadin, sono tutti personaggi realmente esistiti.

La rete, per tornare al fulcro della domanda, è stata fondamentale per questo sviluppo, in pochi minuti puoi fare una ricerca bibliografica che un tempo sarebbe stata impossibile, puoi scoprire l’esistenza di libri mai pubblicati in Italia, trovarli usati a prezzi ridicoli e ordinarli con un click, puoi accedere ad archivi che sono stati digitalizzati.

Su qualunque argomento hai una rampa di lancio, che è la voce di Wikipedia, e da lì puoi partire per espandere, approfondire.

Puoi discutere subito ogni sviluppo, ogni idea, anche senza vederti fisicamente col tuo gruppo di lavoro, usando strumenti come quello che stiamo utilizzando per questa intervista.

Sono tutte risorse che i romanzieri di una volta non avevano: potevano fare qualche ricerca in biblioteca, e se erano agiati, o addirittura ricchi, potevano visitare diverse biblioteche in diverse città o nazioni. La ricerca poteva durare molti anni ed era comunque piena di buchi: a quei buchi, certo, si suppliva con il talento, con l’invenzione, con l’estensione dell’arbitrio dell’autore. E molti di quei romanzi sono capolavori assoluti.

Però il punto non è dire se i romanzi storici di oggi siano peggio o meglio di quelli di ieri: semplicemente, sono diversi, è quasi un altro genere.

Ma, in questo senso, cosa pensate della tendenza attuale verso uno strumentale e strategico revisionismo storico sostenuto dai media più popolari? L’utilizzo di personaggi storici minori (come nel vostro caso) o al limite dell’anonimato per la gran parte del pubblico, è una pratica che viene molto usata nel campo della fiction televisiva. Il primo esempio che ci viene in mente è la serie su Perlasca.

Quel genere di approccio ci sembra agli antipodi del nostro. E’ lo stesso regista de “Il cuore nel pozzo“.

Certo, ma ne facevamo più un discorso di “uso” di questo tipo diapproccio. Proprio perché la storia viene usata come allegoria del presente, non c’è il rischio che attraverso queste riscritture, qualcuno si spinga a un’operazione di riabilitazione per periodi e personaggi della nostra storia generalmente considerati negativi?

Il motivo per cui diciamo che il nostro approccio è l’opposto è che noi andiamo a iper-dettagliare ad approfondire e cerchiamo di mostrare una realtà nella sua complessità, facendo vedere che la vulgata su quei fatti ha iper-semplificato e creato mostri.

Prendiamo ad esempio la battaglia di Lepanto in Altai o la rivoluzione americana in Manituana o gli anni Cinquanta in 54.

Noi non cerchiamo di sfrondare la storia dalla complessità, lasciando solo pochi elementi fruibili e “aerodinamici” tipo: l’italiano buono che salva gli ebrei, i tedeschi cattivi, gli ebrei consegnati unicamente al ruolo di vittime, totalmente passivi, destinatari della “grazia” elargita dall’alto, da un fascista che non è una canaglia come gli altri etc…

Oppure: gli italiani poveri vittime, i partigiani slavi comunisti assetati di sangue, il prete buono, l’antifascista non comunista che si rende conto troppo tardi etc…

Le narrazioni che cerchiamo di mettere in piedi e consegnare ai lettori di solito ricevono le critiche opposte: sono troppo complesse, troppi personaggi, troppi rovesciamenti, e c’è una costante discussione, sempre rinfocolata, su “da che parte stiamo“.

Altai è stato accusato di essere anti-veneziano e filo-veneziano, filo-islamico e orientalistico/eurocentrico.

Manituana è stato letto in modi opposti a seconda del paese in cui è uscito.

Questo perché noi non cerchiamo di “risolvere” le contraddizioni che la storia ci presenta, cerchiamo semmai di acuirle e soprattutto una cosa che evitiamo come la peste è l’essere consolatori. Nessun nostro libro è consolatorio o conciliante, mentre narrazioni televisive come quelle citate sono costruite apposta per essere consolatorie, e nella consolazione deresponsabilizzare, scompaiono sistematicamente i crimini commessi dagli italiani.

Gli italiani sono rappresentati come buoni o come vittime, la colpa di tutto è sempre di qualcun altro e soprattutto, anche per la natura del mezzo, sono narrazioni che non si calano a fondo, non iper-dettagliano come facciamo noi, non si concentrano su snodi “micro” e sono piene zeppe stracolme di personaggi immaginari che funzionino come “tipi“.

Avete un po’ seguito il caso Konrath? Cosa pensate, per usare unaparola antica, della disintermediazione? Naturalmente in relazione al nascente mercato degli eBook …

Del caso Konrath abbiamo una conoscenza frettolosa e superficiale, dopo i primi lanci in rete non abbiamo più approfondito. Ma il succo è chiaro: senza passare da una casa editrice, Konrath ci ha guadagnato anziché perderci.

Però i lettori se li era conquistati anche grazie alla casa editrice.

Poteva permettersi l’esperimento perché era un nome discretamente noto e aveva già dei fan.

Inoltre aveva la rete di salvataggio: se gli e-book pubblicati per conto suo fossero andati male, comunque aveva l’altro canale.

E’ ancora un caso troppo ibrido, tipico di una fase di transizione confusa, per trarre una lezione generale.

Di certo la soggettività “editore” subirà alterazioni radicali. Tra qualche anno potrebbe essere chiamato “editore” un soggetto dalle competenze e dalle attività molto diverse da quelle oggi associate alla funzione.

Come sapete, noi stiamo riflettendo molto su tutto questo, seguiamo le evoluzioni degli e-book come oggetti, siamo curiosi, ci mandiamo le segnalazioni di diversi tentativi (e aborti).

Prima di trarre conclusioni un minimo strutturate, dobbiamo studiare ancora molto.

Per concludere. State lavorando a un nuovo progetto collettivo?

Sì, siamo tornati a indagare il Settecento. Appena finisce il tour di presentazioni di Altai, ci gettiamo a capofitto nella ricerca e nel brainstorming.

Chi sono? Cosa fanno? Click sull'immagine per raggiungere la pagina biografica di Wu Ming

Vi ringraziamo davvero per la vostra disponibilità e per il tempo che ci avete dedicato. Un enorme “in bocca al lupo” per tutti i vostri progetti.

Perfetto. Grazie, ciao!

Grazie a voi, ciao!!

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Tutto ciò che Wu Ming ha scritto è disponibile per il download gratuito sul sito ufficiale statico raggiungibile cliccando qui.

Il blog, invece, si chiama Giap.